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Pubblicata il 14/10/2008
So di gente che quando hanno subito una rapina e si sono sentiti intimare: “dammi i soldi o ti faccio secco” non hanno esitato a rispondere: “beh, une decina di chiletti li butterei giù proprio volentieri”. So di gente piena di buoni propositi e neanche un alcasezer per mandarli giù.
So di Tracy che sogna una vita in tecnicolor, l’America dei film, delle star e dei bazar, i fuochi fatui dei cartelloni pubblicitari, Las Vegas che le sembra un grande flipper, un caleidoscopio di colori con il frastuono a fare da cornice, cerca di spiegare a me che non me ne frega più di niente l’effetto che fa, è qualcosa tipo la parrocchia di San Michele, hai presente no, che gioca a tombola nel giorno di Natale solo con molta molta più mescalina. Tracy dice di sognare la libertà, quella di una statua. E’ libero chi può muoversi, penso io, non una statua che sta li ferma immobile, chissà come deve sentirsi anchilosata, mi fa tanta pena, ogni tanto potrebbe scendere da quel piedistallo e darsi una bella stirata, farsi fare due massaggi da king kong, si sa che i massaggiatori asiatici vanno per la migliore.
E’ seduta di fronte a me, io su di una sedia dura da farsi venire le emorroidi, lei padrona di casa un tutt’uno con la poltrona. Tiene le cuffiette nelle orecchie tutto il giorno con la musica a palla, il medico le ha detto che se continua cosi tra dieci anni sarà completamente sorda, canta a squarciagola come un’anatra strozzata. Si ingozza di popcorn e coca cola che il fegato è costretto agli straordinari, quantomeno però c’è un grosso vantaggio, tiene chiuso quel suo cesso di bocca, can che morde non abbaia.
La mamma di Tracy ha le trecce come Heidi, 53 anni, una cataratta all’occhio sinistro e un marito scappato con la polacca che gli lavava dalle camicie il suo stesso rossetto, spazza a terra con foga, si sfianca neanche se il pavimento le avesse fatto qualcosa di sconveniente, usa la scopa come fosse un rabdomante. “Alza le gambe Nick” mi fa senza tanti fronzoli e niente per favore, io le alzo, le tengo più alte che posso, chiudo gli occhi, stringo i denti, sento di non potercela fare quando all’improvviso sento Tracy ridere e la madre singhiozzare a scatti, apro gli occhi e le vedo complici a prendermi in giro, “ma guarda un po’ che facce buffe fa sto ragazzo”, ridono di me che ancora resto con le gambe in alto pietrificate, imbarazzato vorrei tornarmene nel mio guscio, se solo ne avessi uno. Tracy si rimette le cuffiette ancora più nel profondo delle orecchie, spinge come se nelle orecchie ci dovrebbe entrare tutto il walkman, la mamma torna alle sue cose, non mi sento più osservato, mi lascio andare, do il permesso alle mie gambe di tornare nella posizione iniziale, faccio tutto lentamente, sembra il passaggio a livello di una stazione ferroviaria che si chiude e non fa passare più nessuno.
Al piano di sotto un bambino urla perché ha fatto la cacca e vuole essere cambiato, i genitori l’hanno rimasto a quel cristo del nonno per andare al teatro a farsi vedere la macchina nuova, la collana che ha rubato per lei il marito Lupin, il nonno fa fatica ad alzarsi dalla sedia, “che ti piangi te?, e a me chi diavolo me lo cambia il pannolino ne?”.
Guarda la tv come ipnotizzata, la tv è spenta, è un buco nero che la risucchia mentre mastica un chewingum lasciando un cic ciac di passi nella pioggia, di piedi nella pozzanghera, fa con la bocca palloni di gomma rosa aspettando di crescere solo qualche ora in più e usare la bocca per tutta un’altra cosa. La guardo e mi chiedo: Tracy sogna l’America o solo fuggire di qua?, perché l’anima muore ogni qual volta ne abusi per dimenticarti chi sei. “Io sono il punto di disperazione sulla i di inconcludenza”, le urlo forte in faccia ma Tracy non mi sente, non si scompone di niente, un giorno sarà troppo tardi per dirsi addio avevamo messo per iscritto nel contratto che avevano stipulato concordi i nostri due cuori d’amici privilegiati, “io t’ho scelto non sei solo frutto del caso”.
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