Se la polvere potesse parlare ci direbbe cos’è la lentezza, ci direbbe che quel mobile sul quale cade da anni ne sa apprezzare la leggerezza.
Se la polvere potesse sentire ci ascolterebbe come ci ascolta da anni. E me la immagino a braccia conserte, in piedi, ferma come una statua inconsistente, assorta in un silenzio che nessuno potrebbe destare.
Se la polvere potesse avvertire, ci sussurrerebbe che non c’è masso che si smuova senza di lei, che non c’è vento dentro il quale si sia intrisa, che non c’è ala di aquila o dorso di cervo che l’abbia portata sulla pelle attraverso luoghi per i più sconosciuti.
Ci lamentiamo a volte della sua presenza, ritenendo il nostro spazio tralasciato, le nostre cure dimenticate, il nostro tempo dannatamente stretto per poterla rimuovere, cancellare, renderla compatta nella mezzaluna di un panno, ci lamentiamo del suo sopire come fosse un offesa personale.
T’immagino come uno scialle di mescolanze eterogenee, trama dopo trama collabori ad unire pulviscoli di sabbia del Sahara, tracce impalpabili di licheni di quella tundra lontana e farine di calce volate nel vento dalle bianche mura di un ospedale del Panshir. E copri ogni spalla, ogni cosa, ogni essere vivente di questo mondo e non c’è luogo su cui tu non sappia volare.
Potessi esser solo polvere, sceglierei di cadere sulla coda di un gatto, per vedere con lui di notte, per planare su quel tetto dalle tegole rosse e muovermi sornione e pomposo come un re dei terrazzi.
Perché dormi polvere? Perché sei sempre lì a giacere su tutte le cose del mondo e ti trasporti in ogni luogo senza chiederne il permesso?.
T’invidio polvere, perché esisti senza farti conoscere ma conosci tutto quello che esiste.