Ti vedo regina,
un castello, un giardino fatato,
ma è il letto a muovere te.
Non lo puoi più lasciare,
hai solo gambe d'ufficio,
carni senza più soffio di vita.
Muovi ancora le mani,
parli sempre con me,
puoi dirmi parole che mi gelano il cuore.
Mi racconti di angeli,
di spiriti e menti,
ma una lacrima uccide la tua voglia di lotta.
Poi riprendi coraggio,
devi farlo per lei,
tredici anni son pochi per farla vivere sola.
Ogni liquido t'abbandona scomposto,
anarchia di sfinteri e dignità che è utopia.
Come ammazzarti due volte.
Eppure mi accarezzi le mani,
trovi la forza di dirmi che hai imparato da me,
io, che mi sento come un alunno al cospetto di Dio.
Mi chiedi se la morte sia come una porta,
insomma la apri, l'attraversi e la chiudi,
fingo d'esserne certo e ti dico di sì.
Ora è tardi, ti stringo a me,
accarezzo una testa senza neppure un capello,
entropia di vita, preistoria di morte.