Sbuccio i miei pensieri come fossero cipolle,
ad ogni fetta che taglio viene giù un palazzo di lacrime,
i rubinetti sono aperti e ora siamo con l’acqua alla gola
a sguazzare con la paperella che ci cinge i fianchi nel brodo
vegetale tra pezzi di umanità raggrinzita, di lune sotto shock
termico, cianotiche e dalle labbra blu, e parchi pubblici
dove i bambini sono prede indifese dei giochi di potere,
del tiro al bersaglio dei loro stessi genitori che mano nella mano
li accompagnano direttamente alle porte del manicomio,
neanche una battaglia che fosse una è stata vinta.
Gli esseri umani si dividono in due grandi categorie:
c’è chi è tornato ad essere solo dopo essere stato il solo
e chi non ha mai smesso di fumare una sigaretta dopo il caffè.
Poi ci sono quelli come me che quando toccano il fondo continuano
a scendere ancora più giù imperterriti, come speleologi dell’anima,
consci che tanto alla fin fine un giro
in paradiso non lo si nega proprio a nessuno, nemmeno ai poeti.
La vita altrui è una questione puramente personale.
I passanti si fermano a contemplare in estasi mistica le vetrine
l’arrivo dei saldi di fine stagione, essere riusciti ad accalappiarsi l’ultima
giacca di lana merinos ora che siamo in piena esplosione primaverile
li mette cosi in pace con se stessi che neanche un monaco tibetano con tanto di campanaccio,
ma anche le vetrine si fermano ad osservare i passanti e pensano:
“come saremmo belle completamente vuote e disadorne”,
il bambino nel carrozzino fa pensieri da bambino: sarebbe come se il nulla si specchiasse nel niente.
La mia vita è una questione puramente casuale, tutto dipende da quale piede metto a terra la mattina quando mi alzo.
In questi tempi di magra l’unica cosa stimolante da leggere è il pacchetto delle sigarette,
le tabaccherie sostituiranno presto prestissimo le librerie.
Ci sono diversi tipi di verità sparse random un po’dovunque, nella gelatina
della simmenthal per esempio, ma tutte comunque, volente o nolente,
fanno testa alla solitudine e sono tutte tasche bucate dello stesso cappotto.
Le cose sono sbagliate sin dal principio, è palese che al calcio
si gioca meglio in 10 che in 11 e ancora ci ostiniamo a credere
che è la quantità a fare la differenza quando è la differenza a fare la qualità.
Ta tara ta ta…ta ta!