A mass-media c'era stranamente poca gente. Argomento della lezione, l'illusione dell'ennesima ribellione sorta negli anni '60/70, espressa attraverso i concerti oceanici, riti del collettivo che duravano piu' giorni. Una ribellione che puntava al rifiuto del mero conflitto di classe per divenire invece conflitto generazionale, espresso attraverso un linguaggio nuovo, spesso volutamente osceno o comunque trasgressivo. Improvvisamente saltò la corrente elettrica lasciando che la luce grigia dell’autunno irrompesse, protagonista gentile, dai finestroni, posti su un solo lato dell'aula.
Sofri ci guardo' tacendo per un attimo e sorrise. Disse che eravamo bellissimi così, caravaggeschi e con profonde ombre che nobilitavano i nostri tratti. Ci rimprovero' solo di essere troppo oscuri, monocromi e lugubri come corvi. Comincio' a raccontarci quanto invece i nostri padri, i nostri fratelli maggiori fossero stati colorati e come il colore stesso divenisse psichedelicamente un elemento caratterizzante della gioiosa rivoluzione.
Una voce roca, con un velo di tristezza insonne, dal fondo interruppe sommessamente. Disse che in realtà non era vero, che se anche i vestiti erano a fiori, ogni assemblea, ogni manifestazione, ogni cosa era velata da una cupa nebbia di piombo, negli anni di piombo. Sofri riconobbe uno di quelli che c' erano allora e che dopo vent'anni era ancora li', con una vita ancora da inventare e poche opportunità davanti. Uno studente di quarant'anni, assai magro ed assai baffuto si era alzato a narrarci la sua visione di quei concerti, di quelle assemblee, delle parole di quel tempo. Gli abiti, piu' o meno fiorati, intrisi di fumo e la testa intrisa di ideali feroci e tassativi. Trapiantati a forza, senza concime, che di rado attecchivano e che quando attecchivano crescevano spesso deformi e già marci dentro. Diceva, nella sua giambica invettiva, che a lui era rimasto solo un disorientamento precario e l'odore del fumo. Pensai che noi avevamo ideali diversi, forse, ma lo stesso fumo addosso. Si discusse a lungo e Sofri mi parve angelicamente mansueto ma anche assai lontano da quei tempi e da quello studente rancoroso. Per la prima volta mi parve come un leone che gioca, travestito da agnello. La corrente non tornava ed il temporale avanzando ci colorava di grigio e turchino. Saremo stati anche oscuri ma davvero eravamo bellissimi. Avrei voluto allora che la corrente non fosse mai più tornata.
Alla fine delle quattro ore di lezione restai com’ero solito ancora un pò con Sofri, uscimmo a prendere una spuma al solito mesto bar vicino alla fermata dell'autobus, in Piazza San Marco; ricordo il suo sguardo ironico e non ingenuo, presago forse di nuovi fortunali in arrivo, mentre pesava le mie parole d'illuso. Ho paura che ora somigli un po' al mio.