Alle ore del giorno sommavo, e spesso, quelle della notte, quando si attutiva la sommatoria incredibile di rumori che il mondo sa produrre, il buio elicitava la mia porzione creativa.
Questa aveva matrice estranea al mondo stesso, le sue radici erano appendici volanti che si nutrivano di materiale onirico, di progetti in divenire e poco o nulla di concreto o tangibile.
Avevo messo da parte la lettura dei libri, saggi o romanzi che fossero, quella stessa estate avevo preso ad appassionarmi alle nuove frontiere disegnate dalla programmazione neuro linguistica, letto le opere di Milton Erickson e quant’altro fosse afferente alla sfera della comunicazione interpersonale.
Spesso erano i miei colleghi a prestarmi i loro libri, ciò mi stimolava a leggere co una voracità incredibile, prefiggendomi di restituire loro i tomi, per forza di cose le mie letture assumevano una carattere eterogeneo, rifuggendo dall’essere monotematico.
L’estate era volata e con essa i giorni liberi dalla docenza e dai seminari, dietro tante pagine, avevo imparato molto, seppur nessuno può pensare che si diventi un grande comunicatore sol perché si conoscono i meccanismi che sovrintendono alla comunicazione stessa, anzi questa si era rarefatta, assorbita dalla meditazione.
L’estate aveva portato con sé alcuni problemi ai miei reni, guasti causati dalla mia intemperanza alimentare e dal mio essere sedentario, quelle coliche erano dolorose, mi mettevano in un angolo buio, epperò avevo imparato ad accettare il dolore, per guardare oltre la sfera della mia propria fisicità.
Cercavo di ampliare le mie capacità olfattive, col rischio di scambiare per aroma da annusare, anche le inevitabili bruciature delle mie camicie, per ironia della sorte, avevo la maldestra e non desiderata capacità di bruciare tessuti pregiati, avevo imparato a distinguere l’odore del lino che bruciava, del cachemire che andava in fumo e mi sforzavo di credere che non sarebbe più accaduto, salvo poi contemplare un nuovo piccolo disastro.
La fonte di conoscenza divenne ben presto la visione di tanti film, avevo un discreto gap da colmare, gli anni passati a studiare e quelli dedicati ai miei viaggi, mi avevano portato in dono una mole inconsueta di capolavori o di semplici brutture che misconoscevo, il mio rapporto col grande schermo si era fatto episodico, estemporaneo e ridotto a quel poco che passavano in televisione.
Raccoglievo consigli e stimoli, insieme a pile di dvd noleggiati che si trasformavano in proiezioni invero intime, avvolto dalla consueta nuvola di fumo, dalle mie bottiglie di acqua, recuperavo le immagini perdute e mi distaccavo dal cibo superfluo.
Quelle ore in cui gli occhi erano stanchi e chiedevano a gran voce di spegnere lo schermo, le trascorrevo insieme alla mia musica preferita, in questo i miei gusti erano ben poco mutati e riannodavo i fili della mia tarda adolescenza; ripercorrevo gli stessi immaginifici sentieri, fantasticando del mondo che sarebbe venuto e delle avventure che mi avrebbero visto protagonista, i pomeriggi erano fiabe auto narrate ed incidevo nella memoria la colonna sonora, dei film che inventavo e distruggevo.