Sottomarina di Chioggia
Quanti anni , difficili da contare e da ricordare
ma i ricordi sono sabbia fina e si intrufolano..
iniziò in quattro su una cinquecento usata
valige dappertutto anche sul tetto e autostrada A4
ore ed ore di prima corsia, di fumo di camion
di caldo e sete, da non fermarsi agli autogril
che li un caffè lo danno pagare sessanta lire
e così erano piazzole di tedeschi e svizzeri, quelli bianchi
coi sandali che sembrava fossero già al mare
e poi l'uscita da non sbagliare che sennò ci si perde
e poi interinabili chilometri di paesini coi camini
coi pozzi nell'aia, con le galline e le oche
viali d’argini appena incurvati di pioppi e platani arcigni
e d'improvviso dietro un cartellone pubblicitario o una fronda
la laguna,…torbida appena increspata odorosa di fango
e di pesce marcio, di alghe e di salmastra
che non poteva essere puzza, ma solo odore
forte odore di sole e di mare di ricordi che s’infuturano
reti appese ai pali delle balanse a pescare
frittura di laguna e curiosi intorno e sole a picco.
Arrivavamo sempre che era ora di pranzo
e mia mamma ci lascia a noi uomini a scaricare la cinquecento
che alla mezza bisognava che fosse in tavola
e sudore e emozione e camera al terzo piano
col bagno a secondo in comune
pavimento d'assi di legno lisce e profumate di polvere
e canfora e cera e borotalco di vecchi angioli appesi e madonne
una cucina in comune come il bagno
tutto stava a stabilire i turni, i primi giorni
che dopo si finiva sempre a fare una pignatta unica
coi torinesi coi comaschi con tutti quelli che c’erano
che dopo il rodaggio della diffidenza
la pastacciutta e il bottiglione di nero
erano un linguaggio universalmente condiviso nel boom economico.
Vicoli contorti a Sottomarina, vecchia di selci e pavvè
di rigosi marinanti alla porta e grassissime martone
su seggiole di vimini sedute come in trono a prendere il fresco
camere affittasi, quelle belle per i foresti
e sottoscala e ripostigli trasformati in depandances di ripiego
dialetti e imprecazioni e volti e modi nuovi
c’era anche il ghiaccio comprato per strada
frittura nella carta oleata, cabernet messo in fresca
e sgombri e sardine che facevano bene anche allora
ma erano anche il pesce meno caro
abbrustolite con la legna delle cassette della frutta
e tokai e bianco anonimo di fiaschetteria
sonnellino pomeridiano d’obbligo mentre le mamme
sbrigavano sempre le faccende di una famiglia in villeggiatura.
Erano mattine di sole basso che si doveva
prendere le arie che a Milano d'inverno è bronchite
ed era pane con l'uvetta mangiata sugli scogli
alla diga foranea verso il mare aperto verso la Jucoslavia
verso Tito che non so come mai ma non si diceva
erano mattine ad aspettare le undici e pomeriggi le quattro
che almeno tre ore da quando hai mangiato
ed era sole a picco e spalle e gambe e nasi e orecchie bruciati
da un sole che in spiaggia pareva fosse sotto la lente
ed erano poi pomate e magliette tutto il girono
in quel rito emigrante della scottatura del primo sole
era uva bianca e rossa e rosata
con grappoli giganti in carta di giornale
ed infine era la sera, ogni giorno anche li
era cena frugale e poi anguria al gelo
tavolate immense con lampadine appese
fette variegate e semi sputati di nascosto a mia sorella
che mio papa' ci sgrida a me e mio cugino Lino
era l'imbonitore che c'invitava al suo chiosco
che li le angurie erano più grandi, le fette più fresche
l'aria più buona, e non c'erano zanzare
ed era sonno che chiudeva le palpebre a forza
era strada fatta a fatica appeso al braccio della mamma
era stanchezza estenuante di un giorni di ferie
a Sottomarina
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