Da te avulso, sarà per sempre inquieto
il mio cuore di figlio,
vecchio Castel Drione,
come i tuoi cento campanili ìspido:
a chi li scorge in lontananza il cielo
sorreggono, lo sguardo arabescando.
Hai l'anima di roccia,
ma gli ignorati monumenti
di chiese e di conventi,
ricchi di marmi e d'oro,
e la nera Madonna del Soccorso,
come la terra dei tuoi ulivi nera,
la rude scorza tèmperano,
arsa di sole e luce,
al Contadino, testimone ultimo
di tempi andati e rimasti sotto pelle,
sempre cercati e pianti:
scorrazza ancora per le vie e le piazze
la mia fatata fanciullezza.
Ed è svanito l'umore del mosto
che l'anima impregnava ed i palmenti
ed i torchi dai rintocchi argentini
nelle cantine insonni,
o l'aroma dell'olio,
oro sgorgante dalle enormi mole
degli antichi trappeti.
Oh, gli ancestrali e suggestivi al vespro
scampanìi di pastori,
e cigolìi di carri
dalle ampie ruote, con il cadenzato
sopra il selciato acciottolìo di zoccoli,
e gli schiocchi imperiosi delle fruste,
e l'incitar le brenne! ed il festoso
abbaiare dei cani in lontananza!
E i larghi voli di armoniose rondini
a primavera, nell'azzurro cielo
di cinabro ammantato,
e i cinguettìi dei passeri,
compagni della festa,
ed i rintocchi bronzei
della campana alle "ventiquattr'ore"!
Saliva dalle mense, di un'arcaica
liturgia ed arcana, la preghiera,
grata del giorno a sera pervenuto,
sereno auspicio di una notte amica,
breve sospiro per un fausto giorno.
Era sempre Natale…
Vecchio Castel Drione,
questa è la tua ricchezza, ed il tesoro,
che a te ha rubato, a me ha lasciato in dono
impietoso e beffardo il folle tempo.