Mi ricordo bene, Carlo, non credere,
la prima volta in cui avemmo a che fare
durante la babelica ora di filosofia.
Parlammo di cantanti e Claudio Villa
(cantavo come lui – te ne accorgesti),
mentre attorno alla cattedra di Gentile
(Carlo anche lui, non certo Giovanni…)
si accalcava la folla,
tra cui era anche Galante
(è morto, tu mi hai detto…).
Avevi lo sguardo di chi, più esperto,
sa di avere a che fare con un debole,
me, che venivo appena dal paese.
Non lo ricordi… Eh!, se potessi anch'io
dimenticare una quarantina d'anni!
La Tv ciarla, ciarla, ciarla,
la radio ciarla, ciarla, ciarla,
tutti ciarlano, ciarlano, ciarlano:
la parola umiliata a chiacchiera,
scusami – gossip -, quello che una volta
era il Verbum! …. E tu che sai di latino
più che non gli altri mi capisci …. Carlo,
siamo noi i bacati,
e non i nostri figli:
non sappiamo che farcene
del nostro quieto domani,
ma appena, e a stento, che non sarà il loro.
Quale domani? un domani allo sbando?
con loro che non sanno più chi sono?…
con un Natale che il rancore lascia
intatto dell'anno scorso
radicato nel cuore, come l'anno
passato ancora prima?
con le boccette di profumo intonse,
che avrebbero fatto brillare, sì,
due occhi di cerbiatta
in attesa di vederle aperte per gioire
del suo piccolo, candido gesto d'amore?
Sapessi, Carlo, amico ritrovato,
quanto mi sia costata la durezza
cieca, insensata, atroce!
E quanto ancor mi costa!
Li abbiamo fatti noi così, Carletto,
coi regalini lasciati intatti a Natale,
e gli aridi rimbrotti
per il denaro speso inutilmente,
mentre un piccolo cuore in festa
solo per noi pulsava in quel momento!
Ora lo so, ora che ho aperto gli occhi,
inutilmente, ahimè!, e tardi, Carlo!
E di chiuderli, Dio!, non se ne parla…
E devo accontentarmi,
or che sdegnate tacciono le voci,
pena dentro la pena,
di carpire soltanto qualche sillaba,
peggio di un ladro, io, padre,
con una telefonata anonima,
complice il cellulare (per fortuna),
solo per ravvisare in qualche sillaba
il suono che mi porto ancora dentro!…
"Pronto!" E chiudo il flip,
di due soltanto pago…
Sapessi quanto scavano le viscere
quei cinguettìi che in cuore mi risuonano
nelle cene e nei pranzi taciturni!…
E nelle stanze grandi e silenziose…
Ed il "diserto" talamo!…
E il perdono implorato e non concesso!
"E se non piango, di che pianger devo?"
Sai di quanto mi possa
fregar delle cazzate di chi dice:
"Non si arriva a fine mese!",
ma pizzerie e ipermercati riempie
di vergognose carrellate, e docile
fa la fila per aspettare il turno
al tavolo! che ingolla ad ingolfarsi!
che patrimoni spreca al "gratta e vinci"
et similia, vanitatum vanitas,
quando ho disseccato e inaridito
le care, rosee, tenere radici
all'amore, il più onesto, il più innocente?
Né saprò mai, amico ritrovato,
come spezzare questa
catena che mi crocifigge e soffoca,
insulsa, disumana!…
E resto fermo al guado,
a fissar l'acqua che mi scorre a destra,
che mi scorre a sinistra,
tacita che lambisce le caviglie!
È il nostro mondo, Carlo,
mondo dell'abominio,
dove forse ritrova un po' se stesso,
checché tu gliene dica,
qualcheduno con un bicchier di grappa,
per poter accettare
nell'alba del domani,
nonostante tutto, l'arido riverbero
di una giornata inutilmente nuova.