Sento. Ecco, mi sta venendo.
Lo so.
Non so se è così per tutti, ma per me lo è. Quando capisco che finalmente sta per arrivare, sento il brivido partire dalla punta delle unghie dei piedi, e man mano farsi possente lungo le cosce.
Piano, questa scossa elettrica sale lungo la gamba. Poi tocca il mio coccige, sfiorando leggermente entrambe le natiche, che stringo subito talmente è forte il goloso dolore.
Incredibile sguscia via lungo i tornanti tra anelli e vertebre, midollo e cartilagine.
La sento lungo tutto il mio asse, trapassarmi lo scheletro, e salire…
Salire…
Tutti in postazione, i cavalli in partenza.
Nere le loro criniere, brado e selvaggio il respiro; e nelle vene, il sangue della stirpe che scorre frenetico e caldo. Lungo le spalle, accentuati i muscoli, risultato del duro lavoro nelle corse precedenti.
Sopra i loro dorsi, i domatori.
Si guardano i fantini, hanno già montato il loro bolide.
Riesco a vedere anche il mio preferito tra di loro. Il numero nove.
Gli elmetti sono bassi, e risplendono sotto il sole cocente di luglio; come lo sguardo, pieno della sete di vittoria, che accomuna i vinti.
Famelici, se ne stanno curvi, e nel loro profondo la consapevolezza. La coscienza del eroicità del loro gesto.
Si guardano negli occhi.
Fugace è Il guizzo delle voraci pupille.
Impercettibile è il movimento della piccola trave, che dal magazzino, oscillando, si muove penzolante sul mucchio.
Sottile, il soffio leggero del vento. Mentre soffocando nell’aria, muove e piega quei tre fili d’erba rimasti, soli, sul ciglio della pista fumante.
Polvere su polvere, inerte e langue, sotto gli zoccoli infuocati.
La tensione è estenuante.
L’attesa, maledettamente erotica.
Sono sul letto di casa sua, è grande. Il suo letto.
E’ un due piazze larghe, con soffici coperte di seta rosse.
Lei è bellissima.
Muoio già dalla voglia di stringerla forte contro il mio petto, mentre mi guarda e incomincia a svestirmi.
Lei è già nuda.
Mi butta sul letto come una preda stanata, e con le mani voluttuose e fresche inizia a cercare ciò che più le interessa di me. E mentre mi spoglia totalmente, sento la calda bocca carnosa e piena morsicare il mio lobo destro.
E io, sono sul letto.
Buttato con la schiena all’indietro, con le sue unghie che mi graffiano vogliosamente la carne, e la maledetta voglia di farla impazzire, fino a farla gemere, fino ad ucciderla.
Oddio. Sale.
Lei continua a scendere, capelli e bocca, lungo il petto villoso, lungo l’addome pieno, accarezzando ciò che le spetta; mentre intanto, l’arena colma d’anime eccitate, tace tutto intorno.
Il giudice vestito di nero, solenne e rispettoso. Fiero del suo incarico, alza il mancino, fendendolo nell’aria piatta, mentre lei prende tra le dita lunghe l’oggetto del desiderio e lo avvicina a sé, stringendolo.
Braccia, collo, mani, dita. Pure la schiena mi si irrigidisce ad ogni passo di danza, è la sua lingua, la vera ballerina.
Col cuore in gola, gli eroi della domenica; e i loro sguardi, tutti rivolti alla beretta che caricata a salve, rotea sul capo spoglio del direttore di tutta l’orchestra…
Eccolo, arriva…
Spara!
Dai...
Spara!
Dai.. vai…
Alt. Tutti Fermi.
Ma lei si ferma.
E’ proprio il telefono.
Ecco, lei che si alza. Ecco lei che firma l’aborto dell’orgasmo che stavo partorendo.
Infine lei esce dalla stanza, tra lo stupore generale dell’arena e dei fantini; proprio mentre il paonazzo giudice, raccoglie da terra la beretta che, pochi secondi prima, ha toccato erroneamente la polvere.