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Pubblicata il 18/05/2006
IL TERREMOTO INVENTATO

“Io ho ucciso l’amore!”,
Lo pensavo e lo dissi,
Col massimo candore.
Volevo addossarmi tutte le colpe
Per i miei amori falliti.
Venne l’Anima e disse, soffice:
“Adesso stai mentendo,
Perfino a te stesso!
Non ricadono sul tuo capo,
Tutti i mali del mondo!”.
La spergiura mostrò
Il suo vero volto,
Lontana anni luce
Dalla mitica Grus’enka.
Mi consegnò ai carnefici,
Seppi mai
Se riscosse la taglia.

IL TERREMOTO INVENTATO

Capitolo Nono

La confessione dell’assassino

“Non andate! – dissi – Non andate giusto adesso, che sono sul punto di rivelare la mia colpa più grande, non vorrete privare le vostre menti, dal sentire la confessione di un assassino!”.
Dar’juska proruppe in lacrime e s’accasciò sul lembo più spoglio del marciapiede, il monaco sorrise, visibilmente soddisfatto; stringeva a sé la spergiura, che gli poggiava il capo sul petto, la sedicente psichiatra mormorò appena: “Lo avevo sempre saputo, i sintomi del suo delirio, me lo avevano suggerito!”.
“Io ho ucciso l’amore!”, lo pensavo e lo dissi, col massimo candore di cui ero capace, sentivo che dovevo attrarre, su di me, ogni colpa, per via dei miei amori falliti, non ero stato capace di conservare una relazione stabile ed ero solo, quel che più mi pesava, quel mattino, era tornare a casa, senza speranza.
Ebbi la netta sensazione che ci fosse Giusi, la porzione femminile, della mia propria anima, riuscivo a vederla ed a parlare con lei, mi disse, con un soffice sospiro: “Stai mentendo, a te stesso, ora! Non hanno origine da te, tutti i mali del mondo! Tu non hai ucciso alcunché, non t’addossare, né confessare colpe che non son tue! Non divulgare le tue fantasie, ché son frutto della tua amarezza, prodotto delle tue sottili fibre nervose, tienile per te, neanche ’io voglio sentirle!”.
La spergiura mostrò il suo vero volto, che era lontano anni luce, da quello della mitica Grus’enka, che aveva affascinato la mia immaginazione, leggendo e rileggendo Dostoevskij; sembrava oltremodo decisa nel farmi impazzire, ovvero a costringermi al gesto fatale, i suoi occhi emanavano lampi di luce rossa, come se la sua sete di vendetta, avesse una tangibile proiezione, diabolica e tremenda.
“Si, sociologo – mi appellò in quel modo, sebbene le avessi, più volte confidato il mio vero nome – ti credo, come ognuno di noi, pensiamo davvero che tu abbia ucciso e debba liberare la tua coscienza!
Lo starec urlava, quasi: “E’ un folle! Della peggiore specie, è un assassino!”; la maga del non senso, la psichiatra senza scrivania, s’avvicinò a me: “Posso guidarti, nei passi che compirai, verso la confessione catartica, liberati del peso che ti opprime e rivela il nome e le circostanze, che ti condussero ad uccidere, le sue mani erano fredde e sudaticce, le sentivo sul mio avambraccio.
La spergiura s’appartò, parlava fitto al suo cellulare, pensavo che stesse parlando col marito, a chi telefonava, lo seppi solo alla fine della recita.
“Che cosa volete sapere? Che vi dia la conferma? Si, ho una vena di follia, che mi scorre nel sangue e dentro le vene, come un lunatico che provenga da un reparto psichiatrico. Fino a poche ore fa, ero nel mio reparto, mi ero tolto le scarpe, non volevo più uscirne, il sisma ha prodotto un profondo cambiamento, sentivo di non appartenere a quel mondo carcerato.
Mi sono risvegliato dalla brutale noia ed ho accantonato il torpore che mi conduceva alla morte civile, fuggivo dalle mie responsabilità, dai ricordi amari, non avevo più voglia di correre altri rischi, quali? Che un’altra donna, mi ripetesse il proprio diniego, o peggio, che mi regalasse disconferme!”.
Colei che pretendeva d’esser chiamata psichiatra, incalzava, come se avesse intuito che ero abbastanza debole, per essere alla sua mercè: “Quando parli d’assassinio, tu non intendi il senso figurato, hai davvero ucciso? Noi, bada bene, non te ne faremo una colpa, quel che importa è che tu ci dica, qui ed ora, le circostanze che ti condussero a privare della vita, un tuo simile.
Dicci il luogo ed il tempo, le modalità di quell’omicidio, noi sospenderemo il giudizio etico, troverai la pace nel giudizio dei magistrati e nella piena confessione del peccato mortale, forse, il tuo Dio ti perdonerà, dicono che sia talmente pronto a perdonare, perfino il più bieco degli assassini!”.
“La pace – le fece eco, il monaco – passa attraverso il riconoscimento dei nostri errori, è un lavoro duro e complesso, ora che mostri una ritrovata consapevolezza dei tuoi errori, svuota la tua coscienza, come se fosse una valigia, piena di panni sporchi, che necessitano d’esser lavati.
Dillo al mondo intero, quel che ha commesso, magari in un momento in cui la tua follia ti rendeva incapace, d’intendere ed ottenebrava la tua volontà, carcere o manicomio: che t’importa?
La pace è un sentimento interiore, potranno mai carcerarti l’anima?
Salvala, dunque! Questa è la mia esortazione, frutto delle mie meditazioni!
Il nostro giudizio passerà, ti ammireremmo per la tua onestà intellettuale!”.
Belle, magnifiche parole, che avevano un bel suono, almeno nella forma, ché il loro contenuto era ben diverso: portare a compimento la loro vendetta e sbarazzarsi di me, vincermi senza muovere un solo dito e spedirmi lontano.
La loro pressione era d’una certa consistenza, volevano ardentemente, che io fossi davvero un abietto criminale, e distruggere ciò che non potevano affrontare in una lotta sincera.
La spergiura era ancor più irrequieta del solito, aveva un rigurgito, quasi intendesse parlare, poi si fermava, gesticolava e finiva coll’esaurire le proprie energie, come una mediocre giumenta, attaccata al morso delle briglie.
Il cielo era terso, limpido, come si conviene al giorno che fa seguito ad una violenta tempesta, quella piazza non aveva ancora riacquistato la sua funzione di centro vitale, i polmoni verdi dei suoi alberi, erano macilenti spettatori, nell’attesa che fosse rivelato il finale, così come si conviene ad un dramma.
Capii, in quello stesso attimo, che il terremoto non era stato una pretta invenzione, perché le fondamenta delle nostre anime, avevano subito lesioni tali, che mai più sarebbero state eguali a prima, ed erano le sovrastrutture, forse i residui incrostati, la parte più sporca e dimenticata, quella che andava via, rimettendo a nudo, la parte più bella, il nucleo della mia anima!
“Sono colpevole- tornai a ripetere – ma il mio crimine ha natura affatto diversa, da quel che v’affannate a cercare, so muovere le labbra da me! Sono tanto ultroneo, da confessare i peccati, che sento di aver commesso, non cercate omicidi materiali: sono mani da scrittore, queste!” – e così dicendo, mostrai il palmo ed il dorso dei miei arti superiori- per mostrare che dicevo il vero.
Lo starec strinse a sé la spergiura, che non osava alzare lo sguardo, sebbene lo cercassi, affinché la luce del giorno, mi mostrasse il suo vero volto, epperò lei non mi guardava, sebbene le avessi aperto la mia scatola cranica e mostrato i contenuti, senza remore né pudore!
Egli realizzò, doveva già averlo fatto da tempo, che c’era stato qualcosa tra me e la sua donna, intercettò il mio sguardo e proruppe in una sequenza minacciosa: “Lei è la mia donna, intendi? Pensavi che avrebbe ceduto alle tue vacue lusinghe?
Tu non sei sano di mente! Avresti portato scompiglio nella mente della mia piccola – l’abbracciò, con estremo vigore, stritolandola quasi – avevi un piano? Volevi usarle violenza? Non te lo permetto!”.
Mi si avvicinò, puntando gli occhi diritti nei miei, mi fissava, cos’era: lotta per la leadership? Gelosia di un amante? Volontà d’affermare il proprio diritto a tramandare i geni?
Mi si parò di fronte, tanto vicino che lo raggiunsi con un solo pugno, sulle labbra grasse e tremanti, prese a sanguinare e si chinò, sulle ginocchia; la spergiura lo aiutò a rialzarsi, tamponandogli il fiotto di plasma, facendo bene attenzione a rivolgermi sempre solo e soltanto la propria nuca.
Lei aveva paura che io rivelassi della nostra tresca, di quel pallido tentativo di imitare un innamoramento, vedevo tremare il suo uomo e m’invase una profonda nausea, per quella coppia che emanava fetore di marcio, come rancida zuppa!
La mia sensazione era una commistione, fra disgusto e dolore, perché la rabbia si era dissolta, quando l’avevo visto crollare, a quel modo, immaginavo la loro unione, improntata al sadomasochismo, chissà se si raccontavano, l’un l’altra, i loro tradimenti, di certo lei era succube del vile e lo subiva, ero certo che la percuotesse, così come lei era ben capace d’assestargli colpi bassi.
Li guardavo, mentre si leccavano le ferite, gli altri tacevano, nessuno osava replicare, mentre tornava la mia Giusi, che disse: “Guardali bene, uno ad uno, riesci a scorgere una sola traccia, un barlume che sappia di verità?
Ti scavano la fossa, e tu, cosa fai? Ti precipiti, a rotta di collo, per cadere nella loro trappola! Vattene, Nino mio, Vattene! Per amor di Dio! “.

Prologo del nono capitolo
Nino Inzerillo
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Strepitoso, mi assegno un cinque pieno!
Questo è il campo entro i cui confini mi muovo meglio, uno zero agli editori che non mostrano alcun CONCRETO interesse.
Nino

il 18/05/2006 alle 20:20

a quali editori ti riferisci?

il testo è buono, lungo, ma buono.
forse questo non è il luogo adatto per scrivere romanzi e quindi è poco letto e compreso.
prova in altri siti, dove c'è una parte dedicata alla narrativa; così hai modo di confrontarti appieno.

una buona notte.
ciao pat

il 18/05/2006 alle 21:34

Lungo? E' solo un breve estratto del nono capitolo, ne ho postato una parte, solo per testare le reazioni di potenziali lettori.
Grazie per aver letto e commentato

il 18/05/2006 alle 22:11

Per editori intendo coloro i quali pubblicano SENZA chiedere contributo alcuno agli scrittori, così come è stato proposto a me, non mi riferivo ad altri se non alle case editrici.
Ho già postato porzioni del romanzo in altri siti, desideravo provare anche questo...
Notte a te
Nino

il 18/05/2006 alle 22:13

Caro Nino..non ho commentato..perchè ancora non sono arrivata al nono capitolo...e perciò..non ho letto..ma un 5 te l'ho dato anch'io..(sulla fiducia)..ciao..

il 19/05/2006 alle 09:50

Rispondo al tuo cortese sollecito:
Quel che hai letto è solo una minima parte del romanzo, ragioni di opportunità e spazio, mi inducono a pubblicare solo poche pagine, il romanzo si compone di 424 pagine.
Il linguaggio che adopero rispecchia la mia quotidianetà, è espressione della mia personalità sociale e non posso cambiarlo, affermi che è centrato sul protagonista? Forse lo è, forse dovrei pubblicare altri brani, ove si evinca la coralità.
Grazie per aver letto e commentato
Nino INZERILLO

il 19/05/2006 alle 21:21

Abbi fede, se piace il genere ( l'introspezione cara ai grandi della letteratura russa) è godibile, per chi ha poca pazienza od è propenso ad altro genere ( nordamericano o comunque di facile lettura) consiglio di evitare.
Sono solo 424 pagine, coraggio .
Un bacio

Nino

il 19/05/2006 alle 21:25