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Lontano, il suono d’una chitarra, scordata, un accordo in SOL#. Chi suonava non lo seppi mai, ma tra la nebbia evanescente intravidi un’ombra così familiare, così dolce che non mi sembrò neppure umana.
Era notte e c’era la nebbia, tutto sembrava essere irreale, il mio respiro affannato e… camminavo ascoltando quell’accordo dolce e sensuale.
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I fari accesi, la mia macchina velocissima tra quelle curve strette, pericolose, una buona dose di adrenalina, una buona dose di follia che ultimamente non guasta mai.
Un secondo per rendermi conto di ciò che accadeva, un secondo per chiedere scusa, un istante per ricordare la mia inutile, inutilissima vita.
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Il tempo che scorre, le lancette di un orologio, i numeri su un display grigio, i granelli di sabbia in una clessidra di vetro soffiato.
Solo, come sempre, un piatto di pasta e un bicchiere di vino quasi vuoto.
La radio accesa e la mia canzone preferita.
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La fine di un fiume limpido dove vivono trote dai colori più belli e chiari, arbusti forti e piante verdi, animali dolci e bellissimi già dimenticati dagli uomini.
Il silenzio… solo il gorgoglio delle acque, i versi immortali degli animali e il vento tra le foglie.
La pace, la serenità di un istante speso alla ricerca di un essere immortale, una forza o qual si voglia forma superiore di questo infinito universo.
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Lontano, il suono d’una chitarra, scordata… scordate… scorderò… prima o poi…