1) Io vi vo a raccontar di come Orlando,
dopo che a Roncisvalle fu per morto,
dal Paradiso in terra fu rimando
a continuar missione in altro porto.
Nessun lo seppe e ancor van lacrimando
e intanto il paladin era risorto.
2) Giunse il conte in Ciel col cherubino,
che lo portò dinnanzi al vecchio Pietro.
Gli disse: “Ecco d’Iddio il paladino,
che per sua fé mori nel bosco tetro”.
Rispose il santo: “Lungo è il tuo cammino,
per cui ti debbo ancor mandare indietro”.
3) “Di tutti i cavalier sei il valoroso,
tu solo puoi fermare il saraceno;
il tuo Signor ti fa ‘l dono prezioso:
a vita ti farà tornare appieno.
Inver non è il momento del riposo,
perciò riacquisterai corpo terreno”.
4) “Segreto dovrà stare il tuo ritorno,
ché solo di Gesù è Resurrezione,
mentre per l’uomo ancora non è il giorno.
Mai più sangue sarai del re francone,
al suo palazzo non farai ritorno,
né franca sarà più la tua nazione”.
5) “Verrai a nuova vita in quella terra,
che dette a’ tuoi asilo e a te i natali,
nei luoghi più colpiti dalla guerra,
che dominati son dagli animali,
che greca civiltà hanno sotterra
ed in sua vece han posto solo mali”.
6) “Adesso vai, o prode difensore,
splende al tuo fianco ancora Durlindana.
Se lo vorrai sarotti protettore
dal giorno d’oggi all’ultima semana.
Dimenticati nome e vecchio onore:
or sei Orlan’ Benucci di Toscana”.
7) A questo punto Orlando si risvenne
e quando si riprese era in un prato;
della sua prima morte si sovvenne
e si sovvenne pure del suo fato,
nel mentre un destrier presso lui venne
che era un don del padre del creato.
8) Ai limiti del prato era un paese,
lì si recò il cristian con lo stallone;
di terra al fianco la sua spada prese,
entrò così nel borgo di Castrone.
Cercò alfin una person cortese,
che desse sopra il loco spiegazione.
9) Trovò seduto in piazza un vagabondo
e disse lui: “Buongiorno, o buon signore”.
Risposegli: “Chiamatemi Giocondo
anche se son per tutti il Trovatore”.
“Io sono –disse Orlando- un giramondo
e vo’ saper u’ sono, per favore”.
10) “Quest’è Castrone in terra di Sicilia.
-disse Giocondo assai cortesemente-
Dovete aver percorso molte milia,
poiché al parlar non siete di ‘sta gente.
La vostra spada è una mirabilia:
siete senz’altro un cavalier valente”.
11) “Di ciò tu non ti devi interessare
-il paladin rispose con fervore-
comunque è vero, vengo là dal mare”.
“La prego non s’adiri, mio signore!
Il fatto e che non so che cosa fare
-difese lui se stesso- e cerco onore”.
12) “Vi scongiuro, prendetemi con voi;
son uomo d’arme e di letteratura,
non mi lamento, son buon cuoco e poi
posso occuparmi della cavalcatura”.
Disse Orlando: “Sta bene, ma con noi
puoi portar tutto, tranne la paura”.
13) “I mori noi dobbiamo convertire,
se sono duri, vanno allora uccisi,
ma se dovremo, un giorno, noi morire,
saran cristiani i nostri paradisi.
Piuttosto andiam, dobbiamo già partire,
trovar se noi vogliam quei brutti visi”.
14) “Verrò con voi: anch’io sono cristiano
-fece Giocondo- e credo in tutti i santi,
ma non vo’ convertire niun pagano,
li voglio solo uccider tutti quanti,
per vendicar l’amore ormai lontano.
Ma adesso non parliam e andiamo avanti”.
15) I due così iniziarono il viaggio,
che li portava verso lo nemico,
sfruttavano del sole ogni raggio,
sperando nell’incontro di un amico.
Giocondo non parlava, ma al coraggio
mischiava nel suo cuor un odio antico.
16) D’un tratto dalla selva sbucò un nano;
correndo egli raggiunse il conte egregio.
“Aiuto -andava urlando- son pagano,
ma i miei compar mi han fatto un grande spregio.
Io ero alto e volli esser cristiano
ed ora son così per sortilegio”.
17) “Se tu vuoi vendicarti di costoro
-rispose Orlando- è in tuo potere farlo
e se ci aiuterai avrai dell’oro.
-(o quanto convincente è l’aureo tarlo!)-
Dovrai tu dirci ov’è il campo moro,
e noi v’irromperem, per il re Carlo!”
18) “O cosa importa a te del re di Francia?
-gli chiese il Trovator assai stupito-
E’ forse al suo servizio la tua lancia?
O sei soltanto tu suo buon suddìto?
Comunque il sole ormai è già un’arancia,
è meglio apparecchiar per il convito”.
19) I tre cenàr, lenìr ogni lor voglia,
fu lunga dopo il pasto discussione:
studiavan distruzion di santa doglia
e ’l nano Torderico ritorsione.
S’addormentaron dopo sulla foglia,
finché ciò ch’era arancia fu limone.
20) Il bosco la mattina era splendente.
Le gocce di rugiada erano perle,
l’aria freschissima era e pure aulente
pe’fiori, da cui le api traevan gerle
di nettar; le farfalle ugualmente
e pace al cuore davano a vederle.
21) Che bella la natura anche in battaglia!
Le cose non si curan della fede.
Che vivano in deserto, od in boscaglia,
non sanno chi a loro in Ciel provvede.
In vita non importa a lor chi sbaglia
e in fin non hanno da chieder mercede.
22) Ah! Come, a volte, invidio gli ignoranti,
che come me non sono combattuti
e senza alcun pensier tirano avanti.
Non vorrei proprio averne mai avuti
di libri e tantomeno d’insegnanti,
che per la pace mia mi son nuociuti.
23) Benedetta sia sempre l’ignoranza,
ché meglio vive l’uom che non domanda.
Riman senza risposta l’ arroganza
di chi vuol saper ch’il cosmo comanda,
chi dei pianeti ordina la danza
e chi e perché un uomo in terra manda.
24) S’appresta dunque il trio alla tenzone
che porta seco ancor mille vicende,
ma lascio andar con l’immaginazione
chi vuol dell’accader spostar le tende
e continuare in questa narrazione,
che ai grandi d’altri tempi omaggio rende.
25) Voleva il poetastro dimostrare,
che dei maggiori eroi del nostro mito,
giammai potremmo noi dimenticare
le imprese, i nomi e il cuor sì tanto ardito,
e basta un artifizio del narrare
a render vita nuova a chi è perito.
26) Venisse chi di me è più versato
a rendere giustizia all’avventura!
Sarei come lettore anch’io rinato
plaudendo il proseguir della lettura,
ché amo, amerò e ho sempre amato
il gran piacer della letteratura.