Le vibrazioni dello sterzo ed il classico rumore di un cerchio di ferro che rotola sull’asfalto gli strapparono, mentre si accostava sulla destra fermandosi nella corsia di emergenza, una di quelle imprecazioni che solo un toscano purosangue sa confezionare non proprio in onore degli abitanti, o presunti tali, delle sfere più alte del Paradiso.
Un altro pneumatico era andato ed era la terza volta che accadeva da quando, per motivi di lavoro, Giovanni percorreva quel maledetto tratto di autostrada per recarsi da Firenze a Bologna.
Il sole era calato da qualche minuto, non era ancora totalmente buio ma da buon utente della strada e perfetto conoscitore del codice indossò il giubbetto rifrangente prima di abbandonare l’abitacolo dell’auto e procedere al cambio del radiale scoppiato. Aprì il portabagagli e , con eccesso di zelo, piazzò anche il triangolo alla distanza prevista, poi afferrò il crick lo incastrò sotto l’automobile ed iniziò a sollevarla.
Un piccolo autocarro lo colpì in pieno. Giovanni fu sbalzato in aria compiendo una perfetta tripla roteazione e, colmo della sfiga, atterrò su un palo in ferro zincato posto poco al di là del guard-rail. All’apice di quel palo avrebbe dovuto trovarsi un cartello stradale che molto probabilmente non gli avrebbe salvato la vita ma che sicuramente gli avrebbe evitato la tremenda umiliazione di finire impalato come meglio non avrebbe potuto fare il terribile sovrano rumeno Vlad Dracul II Tepes ( l’impalatore, in rumeno ) noto per aver ottimamente impiegato la tecnica appresa dagli ottomani.
Il camionista non si dette alla fuga come spesso accade in questi frangenti ma arrestò l’automezzo e scese dallo stesso per rendersi conto dell’accaduto. Alla vista di quel povero cristo che fungeva da segnale stradale cadde a terra svenuto in un batter di ciglia.
Poi fu un fermarsi di auto; un accorrere di gente pronte a dare una mano ed anche una sequela di svenimenti che mai si era vista in occasione di un incidente stradale. Almeno fino al momento in cui un uomo anziano lanciò un ampio telo su quel corpo così oscenamente esposto alla luce di una luna piena che sembrava messa lì, in cielo, per l’occasione.
E sopraggiunsero auto della polizia, dei carabinieri, della guardia di finanza, ambulanze il tutto a seguito dello smodato uso dei cellulari da parte di coloro che per dare una mano o per semplice curiosità si erano fermati.
Giovanni appollaiato su un guard-rail osservava la scena quasi come se non lo riguardasse e se avesse potuto avrebbe ben volentieri acceso la sua pipa.
Più volte aveva letto di individui che avevano avuto esperienze extracorporee, di gente che ripresa conoscenza dopo un coma profondo aveva narrato di aver fluttuato nella stanza d’ospedale dove era ricoverata e che, improvvisamente, ritornata alla vita aveva narrato per filo e per segno tutti gli accadimenti che nel frattempo si erano succeduti attorno ai loro corpi. Ma si trattava di corpi ancora “vivi” per quanto totalmente privi di conoscenza, mentre quel corpo lì, il suo, infilzato su un palo, quasi fosse un porcello allo spiedo, di segni di vita non ne da dava alcuno. E c’era poco da sbagliarsi.
Uno dei medici giunti sul posto si era infilato sotto il telo e con l’aiuto di un infermiere, munito di una grossa torcia che aveva illuminato una scena che non doveva essere certo gradevole, aveva sentenziato che il poveraccio era passato indubitabilmente a miglior vita e che non appena il magistrato di turno avesse dato il nulla osta per la rimozione del corpo questo poteva essere trasportato direttamente all’obitorio più vicino.
Giovanni continuava a godersi la scena, non avvertiva dolori, ne alcuna “strana” sensazione. Provò anche a librarsi in aria per meglio osservare ciò che accadeva ma, malgrado i tentativi, non vi riuscì. Infilò invece la mano nella tasca destra dei pantaloni e, con sommo stupore, afferrò la pipa. In quella della camicia trovò tabacco e scovolini.
“Cazzo, si disse, anche nell’aldiquà si sfumacchia”, e dette il via a quella vera e propria cerimonia con cui un esperto fumatore di pipa prepara il fornello del suo attrezzo per il viaggio verso il…nirvana.
Era alla terza o alla quarta boccata quando lui che si riteneva totalmente invisibile e che era in attesa che un essere ultraterreno, angelo o diavolo che fosse, gli chiedesse di accodarsi a lui per l’ultimo viaggio, sentì un colpetto sulla spalla sinistra.
Un giovanotto della protezione civile con calma e molto buon garbo lo invitò a spostare la sua auto ed a riprendere il cammino dopo avergli fatto notare che, non ritenendolo in condizioni psichiche ideali dopo aver assistito ad un tale incidente, avevano provveduto alla sostituzione dello pneumatico scoppiato.
“ Ma io sono bello e crepato ed il mio corpo dovrebbe essere infilzato in quel palo coperto da quel grosso telo”, ribatté, a mezza voce, Giovanni e lo indicò.
Il ragazzo non si meravigliò più che tanto, attribuì la strana risposta allo stato di shock cui secondo lui quell’uomo versava e, presolo sottobraccio, lo accompagnò alla di lui auto. Poi mentre si accomodava sul sedile di guida mormorò:”Stia tranquillo, sotto quel telo non c’è il suo corpo ma quello di un povero cristo di colore. Probabilmente un autostoppista”.
E si allontanò, mentre Giovanni girava la chiave nel cruscotto e metteva in moto.
2004
michele ciorra alias mercuzio