Mi mossi a ritmo di tango argentino
con una strega, vestita di cupi veli,
di soli lunghi capelli ricci e corvini,
d'occhi vitrei che tremar facean le mane
e ammaliante, d’ombre mi facea adorno,
esseri di fuoco che invocavano il suo nome
mentre io rapito, ascoltavo impaurito
il cantare delle anime mute di suoni;
i seni di lei attiravano le mie dita insicure,
e si facevano scrutare, decisi e pazienti,
come il cieco osserva il colore dei fiori
traendone sollievo, intimorito dalle spine
tutta parea, essenza di vita, fonte d’oblio:
i fianchi sporgenti, le cosce schiuse
come ad invito a raccoglierne il nettare
e proseguire la prole del mio fato.
Passeggiava di lì un tristo figuro
tenendo al guinzaglio il soffio del vento,
l’impeto fu tale al vedere la dama
che quasi mi scossi pel tremar de l’aria
volse lo sguardo altrove, poi su lei, poi su me
disse sincero che non dovevo, e così non fu;
trassi in dietro il mio corpo eccitato,
ancora umido di lei, ancora voglioso di carne
bevvi avidamente dalla fonte d’alabastro
un lungo sorso d’acqua fresca ristoratrice,
ed attorno fu il nulla, il silenzio, la pace;
poi una voce, la luce…… ero ancora vivo!