All'alba del diventare istriona
proletaria,
avevi il labbro lucido
e un lento canticchiare
di vanità
all'olmo sottocasa:
eri un congegno esile,
dipinto alla buona, animato
da una chiavetta al soldo
e da una candela rubata
alla Madonna della salute;
sconfitta,
maledici il giorno
che diventasti orcio incrinato
al vischioso irrompere
della questua industriale;
ora passeggi nel parco
al ritmo scandito
dai palmi sulle reni
lavati nell'ultimo bicchiere
di cera e profumo svenduto
al fotografo
dalle palpebre sottili come carta;
t'inghiotte la tenebra
nel suo ammasso inestricabile,
poi alzi gli occhi al cielo, distratta:
non vedi quegli occhi dilatati
nel viso da svezzare.
Mentre deridi
la retorica romantica,
mastichi a bocca aperta
per dare aria
al boccone rovente.