L’avevo appena lasciata partire col TGV delle 17.30 quel pomeriggio di fine agosto. Un bacio breve e le porte si chiusero davanti a me con quel movimento tagliente, quasi a spezzare l’ attimo che volevo non finisse mai.
Il treno partì e rimasi lì solo a guardarmelo scorrere di fronte con l’ espressione fissa in un punto indefinito, in quel breve orizzonte che si poneva tra il mio viso e le carrozze in corsa.
E il treno finì e con lui anche le speranze di un suo imminente ritorno: già immaginavo l’inchiodata del treno, le porte aprirsi ed un’unica persona volare fuori e venirmi incontro con la sorpresa di tutti i presenti..lei. Ma questo ovviamente non successe. Purtroppo. Scossi a lungo la testa quasi a svegliarmi da un’illusione, una visione che mi aveva, anche se per breve tempo, emozionato.
Mi girai e me ne andai subito dalla stazione. Tutta quella gente in partenza mi metteva l’ansia. Partire..e per dove? Perché partire? Domande come e simili a queste mi balenavano in mente ad una velocità supersonica mentre ritornavo all’auto parcheggiata in doppia fila con le quattro frecce accese.
Mi si poneva dinanzi il mezzo con cui avrei affrontato il ritorno a casa più struggente e malinconico della mia vita.
Guardai il sole. Era afoso, mi insudiciava la t-shirt, ma mi sorrideva ancora. Lo presi come buon auspicio. Salì in macchina e partii.
Avevo la sensazione di vedere scorrere i titoli di coda sul parabrezza dell’auto, mentre imboccavo la strada che mi avrebbe allontanato dalla stazione ferroviaria. Rivedevo tutti i momenti insieme a lei passarmi innanzi, in un flash back di pochi istanti. Mi sentivo l’unico spettatore rimasto in sala alla fine del film, quello che deve assolutamente leggere tutte le scritte ed informarsi pure del nome dell’aiuto macchinista, dell’aiuto elettricista, etc. in maniera quasi maniacale e paranoica.
Il film era durato due settimane, volate via con quell’ultimo treno per Parigi. Volevo rivedere quel film, ma era l’ultimo spettacolo. Avrei dovuto irrimediabilmente sgombrare la sala ed uscire.
Facile a dirsi, ma a farsi? Non avevo mai sofferto d’amore prima di quel pomeriggio..se devo essere sincero, non mi sentivo affatto dispiaciuto, anzi godevo nel mio sentirmi innamorato, forse perché innanzi a me vedevo ancora parte di quel rettilineo di certezze che si sarebbero dissolte a breve, con l’arrivo delle curve e delle insicurezze del mio rientro a casa.