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Pubblicata il 20/01/2002
CLOCHARD

Rosso guinzaglio di lana,
cappio della tua libertà,
al tuo collo la sciarpa
non ferma cristalli di neve,
ruscelli gelati nel collo.

Berretto informe e consunto,
guanti senza più dita,
corpo di stracci buttato,
sacco senza più vita.
abbracci l'amante
che fedele fu sempre,
sorella e giaciglio, la terra.

La tua ombra tra le ombre
confusa e smarrita
da nessuno cercata,
gli sguardi glissanti
attraverso di te,
nel tuo al di là.

Occhi accecati dal mondo
per una vita in bianco e nero,
unico sapore e colore
il rosso amore del vino,
nelle pupille spalancate
alla notte lampeggia
ancora una volta il rosso,
il semaforo che t'ha fermato.

Il tuo ultimo pensiero
saliva come la nebbia,
al cielo che ti fu grigio,
ed era non perchè morivi,
ma perché sei vissuto.
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Clochard... faccia nera della nostra medaglia del progresso, che spesso lontana da chi può vederla, piange, e qualche volta muore, nel freddo invernale. Eppure c'è in loro una gran voglia di restare vivi, come nei più fortunati. Questo pare un silenzioso grido di rabbia che fa vacillare le nostre certezze. Commiserazione e amore per le piccole cose di tutti i giorni che spesso disprezziamo. Scusa lo sfogo, è commovente. Bella e magistralmente scritta.
Dario

il 20/01/2002 alle 12:19

Questa è una poesia molto vitale, e tu come solito sai proporre e trasmettere in modo fantastico contenuti spesso molto "pregnanti" .
(Hai simpatia per i ruscelli, eh?)
Ancora una volta bravo!
Terry

il 20/01/2002 alle 17:00

Grazie, in effetti hai ragione sull'eterna domanda e sul maggior diritto di avere una risposta da chi più ha sofferto...
Ciao, grazie ancora!
Axel

il 01/02/2002 alle 11:47