Due giorni dopo, Chiara si recò nel negozio di forniture acustiche e protesi mediche dove Sebastian lavorava come capo laboratorio.
Entrò con un cappotto lungo e scuro, i capelli legati stretti che mettevano in spietato risalto il contrasto tra la bellezza prorompente del suo corpo e la spigolosità sgradevole del suo volto.
Sebastian fu colto da un tremore visibile quando la vide avanzare verso il banco di prova isolato acusticamente.
«Signorina Valle...» balbettò lui, cercando di regolare il tono di voce per nascondere l'agitazione. «In cosa posso... in cosa posso esserle utile oggi?»
Chiara si sporse sul bancone. Il suo profumo, mescolato a una vaga nota di benzina e lavanda, saturò lo spazio tra di loro.
Sebastian deglutì a vuoto, fissando la linea scultorea delle sue clavicole.
«Ho bisogno di una schermatura acustica totale per il mio appartamento, Sebastian» disse lei con voce bassa, quasi un soffio confidenziale. «I miei muri non sono più sicuri.»
I finti occhi professionali di Sebastian si strinsero. «In che senso? Ci sono rumori di fondo? Interferenze dalla strada?»
«No» rispose Chiara, fissandolo negli occhi senza battere ciglio. «C'è un uomo. Un uomo che entra in casa mia di notte mentre dormo. Sento il rumore metallico delle sue valvole, il fruscio della sua tuta in gomma, il suo respiro pesante sopra il mio letto. Usa delle sostanze.
Mi addormenta per farmi cose che non posso ricordare... ma sento il sapore del suo veleno la mattina dopo.»
A quelle parole, il volto di Sebastian si sbiancò violentemente.
Le sue mani, abituate alla calibrazione di micro-componenti di precisione, cominciarono a contorcersi.
«Un intruso? Un uomo fisico?» la voce di Sebastian salì di un'ottava, incrinandosi. «Lei... lei ne è sicura? Ha chiamato la polizia?»
«La polizia non sentirebbe nulla, Sebastian» continuò Chiara, sfiorandogli leggermente il dorso della mano con un dito caldo. «Ma io so che tu ti occupi di frequenze. Tu capisci il suono della violenza.
Quest'uomo sta profanando la mia casa. Modifica la mia aria, cancella la mia memoria. Ha perfino lasciato un tracciato di frequenze metalliche nel mio condotto di aerazione. Sta distruggendo la purezza del mio riposo. Se continua così... sarò costretta ad andarmene, a scomparire dove nessuno potrà mai più trovarmi.»
«No!» scattò Sebastian, stringendo il bordo del bancone così forte da far sbiancare le nocche. «Lei non deve andare da nessuna parte!
Nessuno ha il diritto di violare la sua frequenza organica. Nessuno può toccare la sua presenza!»
«Allora fermalo» sussurrò Chiara, avvicinando il viso a pochi centimetri dal suo. «Sei l'unico che sa ascoltare quello che succede dentro la mia casa. Se quell'uomo torna... interromperà la mia vita per sempre.»
Sebastian annuì in modo compulsivo, gli occhi sbarrati dal terrore di perdere il controllo sull'oggetto del suo culto acustico. «L'ascolterò.
Intercetterò ogni singola vibrazione della sua presenza. Gli spezzerò la frequenza prima che possa sfiorarla di nuovo.»
Chiara si raddrizzò, si sistemò il colletto del cappotto e uscì dal negozio senza aggiungere una parola.
Nei giorni successivi, Chiara alimentò la paranoia di entrambi. Sfruttò le sue competenze di montaggio al computer per creare un file audio contenente i suoni sintetici delle bombole d'anestetico usate da Roger, mixandoli con la frequenza di base che Sebastian le inviava ogni notte.
Fece in modo che il file venisse captato dai microfoni a contatto che
Sebastian teneva puntati sulla sua camera da letto.
Al contempo, lasciò nella condotta di ventilazione un piccolo registratore che riproduceva a bassissimo volume il battito cardiaco accelerato di Sebastian, registrato durante la sua visita in negozio.
I due parassiti non vedevano più Chiara come un obiettivo da osservare in pace, ma come un territorio sotto invasione imminente.
La gelosia, la rivalità sensoriale e il senso di possesso totale li spinsero verso un punto di saturazione psicologica irreparabile.
Chiara scelse la notte di martedì.
Si stese sul letto indossando una camicia da notte di seta bianca.
Lasciò la serratura della condotta di ventilazione leggermente allentata e manomise preventivamente la valvola d'uscita del condotto di condizionamento, in modo che l'aria della stanza non potesse essere riciclata verso l'esterno.
Alle due del mattino, il ronzio familiare della ventola segnalò l'arrivo di
Roger.
L'anestesista scivolò nella stanza come un'ombra chirurgica. Teneva in mano una valigetta rigida d'alluminio contenente la dose di Sufentanil ad alta concentrazione e tre provette sigillate sottovuoto.
I suoi movimenti non erano più quelli di un osservatore cauto; erano quelli di un uomo posseduto dal desiderio di bonificare il territorio.
Ma prima che Roger potesse posizionare la maschera sul volto di
Chiara, la porta d'ingresso dell'appartamento venne abbattuta con un colpo secco e preciso.
Sebastian irruppe nell'oscurità. Non indossava strumenti di misurazione; impugnava un generatore di frequenze portatile sintonizzato su decibel d'impatto e uno stilo da incisione in acciaio inox, affilato come un bisturi.
«Bastardo!» ruggì Sebastian, la voce distorta da una rabbia incontrollabile. «Tu non la tocchi! Tu non tocchi il suo suono!»
Roger si voltò di scatto, sorpreso ma pronto all'attacco. «Animale! Stai contaminando il campione!»
Lo scontro che seguì fu una carneficina cieca, svolta nel buio quasi totale della stanza, priva di ogni dignità o logica umana.
Sebastian si scagliò contro Roger, piantandogli lo stilo d'acciaio nella spalla sinistra. Roger mandò un grido soffocato, ma reagì d'istinto aprendo al massimo la valvola di erogazione del gas anestetico contenuta nella sua valigetta per usarla come arma di sbarramento.
Una nuvola densa e invisibile di Sufentanil ad altissima concentrazione saturò l'aria del locale in pochissimi secondi.
I due uomini continuarono a colpirsi brutalmente sul pavimento, avvinghiati in una lotta mortale. Ma ogni respiro profondo fatto da
Sebastian durante lo sforzo fisico incamerava dosi massicce del gas anestetico manomesso da Chiara. Nel giro di trenta secondi, i muscoli di Sebastian cominciarono a cedere; la vista gli si annebbiò in una sequenza di macchie nere, le sue braccia persero la presa attorno al collo di Roger e lui crollò sul parquet con i polmoni bloccati da una paralisi respiratoria istantanea.
Roger, gravemente ferito e sanguinante, tentò di rialzarsi. Sentiva la testa girare per via dell'anestetico inalato, ma la sua ossessione lo spinse a strisciare verso il letto di Chiara per assicurarsi che il suo "esemplare" stesse bene.
Con la mano intrisa del proprio sangue e delle sostanze tossiche presenti sulla pelle e sui tessuti di Chiara, Roger si toccò la bocca per tergersi il sudore. La neurotossina estratta dalla Tetragonisca — accumulata nei fluidi corporali di Chiara e trasferita sulle sue superfici durante i loro recenti contatti — penetrò rapidamente attraverso le sue mucose lacerate.
Il veleno vegetale agì in sinergia mortale con lo shock emorragico e il
Sufentanil. Il cuore di Roger ebbe una fibrillazione acuta, il suo sistema nervoso centrale andò in cortocircuito e l'uomo crollò faccia a terra, a pochi centimetri dal corpo immobile di Sebastian.
Il generatore di frequenze portatile di Sebastian continuò a emettere un ronzio stridulo a 120 decibel sul pavimento, fino a quando il circuito non andò in sovraccarico, spegnendosi nel silenzio assoluto della notte.
Chiara rimase stesa sul letto per altre due ore, ascoltando il lento e progressivo arresto dei due organismi.
Quando fu certa che non vi fosse più alcuna attività cardiaca, si alzò con calma. Indossò un paio di guanti sterili in nitrile, aprì tutte le finestre per far defluire il gas anestetico e procedette con la pulizia metodica del locale. Si lavò le braccia e il viso con un agente chelante e una soluzione neutralizzante per rimuovere ogni traccia di neurotossina cutanea, poi si pettinò i capelli davanti allo specchio.
Compose il numero d'emergenza con voce perfettamente modulata, simulando uno stato di shock, tremando al punto giusto e invocando aiuto per un'intrusione finita in tragedia tra due sconosciuti che si erano massacrati a vicenda in casa sua.
La polizia e i tecnici della scientifica impiegarono tre giorni per ricostruire la dinamica. Gli inquirenti archiviarono il caso come un duplice omicidio maturato nell'ambiente della devianza psichiatrica: due persecutori ossessivi che, avendo scoperto la reciproca esistenza, si erano affrontati in una resa dei conti mortale nel buio dell'appartamento della vittima.
Chiara fu trattata con immensa pietà dalle autorità e dai giornali: la donna sopravvissuta per miracolo all'incubo di due maniaci.
Tre settimane dopo, il Museo di Anatomia e Tossicologia inaugurò una nuova ala sotterranea, riservata allo studio delle alterazioni strutturali nei tessuti umani sottoposti a stress chimici e sonori.
Nel sotterraneo più profondo, dietro una porta blindata in acciaio a cui aveva accesso soltanto lei, Chiara camminava lentamente lungo la corsia dei campioni.
Al centro della stanza, protetti dentro due grandi cilindri di vetro sigillati sottovuoto e immersi in una soluzione trasparente di formaldeide, acetato di potassio e glicerina, riposavano i suoi ultimi trofei.
Nel primo cilindro era conservato, sezionato con una precisione micrometrica che solo una mano esperta poteva ottenere, l'intero apparato uditivo interno di Sebastian, con le sue delicate strutture ossee e la chiocciola perfettamente intatta.
Nel secondo cilindro, stabilizzato nella sua densità cellulare e protetto da ogni forma di decomposizione, risplendeva il fegato di Roger.
Chiara si avvicinò ai cilindri. Allungò la mano guantata e sfiorò la superficie fredda del vetro. Poi, si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, lasciando che la luce dei neon riflettesse sulla cicatrice della sua guancia, che si contrasse in un sorriso bellissimo e terribile.
non era mai stata una preda spaventata in fuga. Era sempre stata una cacciatrice paziente, che aveva semplicemente aspettato che gli esemplari più rari entrassero da soli nella sua trappola per completare la collezione.