PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia
Pubblicata il 26/09/2026
La tenuta di Chiaravalle si estendeva su centoquaranta ettari di collina rocciosa tra Città di Castello e Umbertide. Un tempo era stata un'azienda agricola nobiliare, poi un borgo abbandonato negli anni
Sessanta e infine era stata acquistata nel 2012 dalla *Fondazione
Terra Madre*, uno dei tanti paraventi legali creati da Valori.
L'ingresso non aveva cancelli in ferro battuto né filo spinato. C'era solo una sbarra di legno di quercia e un cartello inciso a fuoco: *Proprietà
Privata - Colture Sperimentali*.
All'arrivo, il protocollo di spogliazione fu eseguito in un edificio in pietra a un solo piano denominato *La Filtrazione*.
Matteo Sanna attendeva Elena dietro un bancone di legno di castagno.
Sanna aveva quarantacinque anni, le spalle ricurve di chi ha passato la giovinezza a spostare carichi pesanti e gli occhi infossati, cinti da occhiaie scure come lividi permanenti. Sulla parte interna del polso destro portava una cicatrice circolare, il segno lasciato da una vecchia ustione da acido che non si era mai curata correttamente.
«Svuota la borsa,» disse Sanna. La sua voce era secca, priva di inflessioni regionali, piallata da anni di disciplina interiorizzata.
Elena rovesciò sul bancone il contenuto dello zaino in tela: tre cambi di biancheria intima senza marca, due magliette grigie, un paio di pantaloni da trekking, un beauty-case contenente solo sapone di
Marsiglia e uno spazzolino di legno, e il libro di Valori.
Nessun telefono. Nessun orologio. Nessun portafoglio. Nessuna fotografia.
Sanna prese lo spazzolino, lo esaminò, poi lo lasciò cadere in un fusto di plastica nera ai suoi piedi. Prese il sapone, lo fiutò, e lo ripose sul bancone.
«Questo va bene. Il resto no.»
Ammassò i vestiti civili di Elena e li spinse attraverso una botola nel muro. Poi allungò le mani verso un ripiano sottostante ed estrasse due tuniche in tela grezza di colore ocra opaco, un paio di sandali in cuoio senza fibbie metalliche e un pettine di legno chiaro.
«Da questo momento il tuo nome è Chilone,» disse Sanna senza guardarla negli occhi. «Chilone era uno dei sette saggi. Pensava che la parola sprecata fosse un veleno per chi la pronuncia. Tu parli troppo con gli occhi, Chilone. Impara a chiuderli.»
Elena indossò la tunica. Il tessuto era rigido, imbevuto di un odore strano, una miscela di lisciva, fumo di legna e terra umida. Quando fece scivolare i piedi nei sandali, la pietra fredda del pavimento le rimandò una scossa che le risalì lungo le caviglie.
«Dove dormo?» chiese.
Sanna alzò lo sguardo. Per un istante, nei suoi occhi passò un lampo di stanchezza così profonda da sembrare disgusto.
«Non chiediamo dove. Chiediamo quando,» disse. «E il quando lo decide la campanella della stalla. Muoviti. La seconda zona sta terminando la lavorazione della legna.»
La *Comunità di Chiaravalle* era divisa in tre cerchi concentrici, invisibili sulla mappa ma chiarissimi per chiunque ci vivesse.
La **Zona 1** era il Filtro: l'ingresso, i depositi dei beni confiscati, gli alloggi temporanei per chi era in fase di prova.
La **Zona 2** era la Comunità Attiva: le camerate senza divisori, la mensa comune dove si mangiava in silenzio ascoltando le letture dei testi di Valori, i campi di ulivi, i laboratori di essiccazione delle erbe e la falegnameria. In Zona 2 non c'erano orologi né specchi. Il tempo era scandito da quattro campane in bronzo azionate a mano da Sanna: il
Risveglio (mai alla stessa ora, compreso tra le quattro e le cinque del
mattino), la Frattura (mezzogiorno), la Caduta (il tramonto) e la
Custodia (la notte).
La **Zona 3** era il Nucleo. Sorgeva sulla parte più alta della collina, nascosta da una fitta lecceta. Lì si trovava la residenza privata di Padre
Anteo, la Buca della Grazia e la palazzina in muratura che ospitava la contabilità dell'azienda agricola e i server di rete. L'accesso alla Zona 3 era vietato agli adepti della Zona 2, a meno che non venissero convocati personalmente da Valori o scortati da Sanna.
Elena fu assegnata al dormitorio femminile della Zona 2: una stalla convertita con ventiquattro brande in ferro battuto. I materassi erano sacchi di juta riempiti di paglia di farro, sostituiti ogni tre mesi. Tra una branda e l'altra c'erano sessanta centimetri di spazio. Nessun armadietto. Nessuna porta per la stanza dei lavabi.
La prima notte, Elena rimase sveglia a contare i respiri delle sue compagne.
Accanto a lei, una ragazza che non doveva avere più di ventidue anni — magra al punto da far risaltare le vertebre cervicali sotto la tunica — piangeva senza emettere rumore. Le lacrime le scivolavano lungo il naso, cadendo sul sacco di paglia con un suono imperceptibile: *tock, tock, tock*.
Elena allungò la mano nella penombra e toccò il bordo della branda della ragazza.
La ragazza si ritrasse all'istante, come se fosse stata toccata da un ferro caldo, e si girò verso il muro, portandosi le mani sulle orecchie.
La prima regola informale dell'Uliveto era chiara: la compassione individuale era una deviazione dal percorso comune. Chi cercava conforto in un altro adepto veniva separato e inviato per tre settimane alla pulizia delle fosse biologiche della Zona 1.
Elena ritirò la mano. Fece un respiro profondo, inspirando l'odore di paglia stantia e sudore freddo.
*Sei qui per distruggerlo,* disse a se stessa. *Non per salvarle.*
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Alta tensione senza cedimenti... attendo il seguito!

il 26/09/2026 alle 17:48

Inizieró a scrivere il terzo, Lunedí! Ti abbraccio, Illune. Grazie

il 26/09/2026 alle 19:34

Questa imponente e certosina costruzione di proposte letterarie è frutto di amore, dedizione, perseveranza e, naturalmente, di capacità e fantasia, nonché di ricchezza concettuale. I miei omaggi, come sempre.

il 26/09/2026 alle 20:47

Ricchezza Concettuale mi garba moltissimo, amico Poe. In effetti sto trascurando la poesia perché ogni spunto m'ispira ormai un romanzo. Grazie sempre!

il 27/09/2026 alle 01:43

Ho trovato questo brano particolarmente interessante e inquietante, perché riesce a mostrare molto bene come una comunità chiusa possa arrivare a distruggere l'identità individuale senza bisogno di catene o violenza fisica evidente. Il controllo passa attraverso piccoli gesti e regole apparentemente semplici: togliere il proprio nome, confiscare gli oggetti personali, imporre un abbigliamento, eliminare gli orologi e gli specchi, stabilire i ritmi della giornata e persino considerare la compassione verso un'altra persona una trasgressione. Sono proprio questi dettagli a rendere credibile e angosciante il meccanismo psicologico della comunità. Mi ha colpito anche il fatto che Elena sia lì per cercare informazioni sulla morte della sorella, che aveva fatto parte della comunità. Questo rende ancora più interessante la sua posizione, perché deve entrare nel sistema senza lasciarsi trasformare dal sistema stesso. La frase finale, “Sei qui per distruggerlo. Non per salvarla”, riassume perfettamente il suo conflitto: da una parte il desiderio di scoprire la verità, dall'altra il rischio di lasciarsi coinvolgere emotivamente. Anche dal punto di vista letterario il brano mi sembra riuscito, soprattutto perché non spiega tutto direttamente: sono gli ambienti, i rituali, le campane, il nuovo nome di Elena, la ragazza che piange senza poter essere consolata e la divisione della comunità in zone a far percepire gradualmente al lettore quanto sia profondo il controllo. È un tema molto attuale e interessante, perché mostra come la libertà possa essere limitata non soltanto con la forza, ma anche attraverso un lento condizionamento psicologico che porta una persona a non riconoscere più se stessa. Veramente un testo interessante e coinvolgente. Abbracci Sir.

il 27/09/2026 alle 18:07

Se mi trovo ancora qui, cara Ninetta, è perché ci sei tu e altri pochi esseri meritevoli. Grazie per la costante partecipazione. La tua disamina è a dir poco perfetta e spronante.

il 27/09/2026 alle 18:31