PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia
Pubblicata il 25/09/2026
e sentiremo nelle ali
spezzate, il dolore
salire forte come un pugno

La malinconia, bizzarra
giocherà brutti scherzi
saprà ridere, una volta tanto
di noi, che le abbiamo dato lacrime

Chissà, se lentamente si scioglieranno le maschere,
stanche e logore, che troppo a lungo hanno raccolto sudore…

Forse, volevamo morirci tutti
in questo caldo abbraccio - nella nostra poetica -
ma si sa… le cose belle muoiono prima di noi
per farci soffrire ancora un po’

e noi
non siamo padroni di niente
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Gabry,un punto di vista.E' la societa' a farci piangere,la "malinconia",un effetto"protettivo"della nostra identita',cioe' non la vedo esterna. Fino a quando torna "tollerabile",e la personalita' puo' tornare anche lei a discutere con la societa'.Zao,e buon lavoro.

il 25/09/2026 alle 18:39

Questa poesia si apre con un’immagine immediatamente dolorosa: «Ci mancherà il respiro». Quel futuro, «mancherà», dà alla poesia il senso di qualcosa che sta per accadere e che sembra inevitabile. Il dolore arriva poi attraverso l’immagine delle «ali spezzate», simbolo di una libertà perduta, di qualcosa che non può più elevarsi. E quel dolore non rimane astratto: «salire forte come un pugno» lo rende fisico, concreto, quasi un colpo che attraversa il corpo. Subito dopo compare la malinconia, personificata come una creatura capace di «giocare brutti scherzi» e perfino di ridere di noi. È un bellissimo rovesciamento: noi le abbiamo dato le nostre lacrime e ora lei sembra prendersi la sua rivincita. Il poeta riesce così a parlare del dolore con una certa ironia, senza lasciarsene completamente dominare. Poi arrivano le «maschere», che qui sembrano rappresentare le identità e le difese che abbiamo costruito nel tempo. Sono «stanche e logore», perché sono state portate troppo a lungo e hanno persino «raccolto sudore». È come se ciò che abbiamo costruito per proteggerci non riuscisse più a farlo. E il verbo scelto è particolarmente bello: non dice che le maschere cadranno, ma che «si scioglieranno». La loro fine è lenta, progressiva, quasi inevitabile. In questo punto si possono cogliere alcune risonanze della sensibilità di Fernando Pessoa: il rapporto problematico con l’identità, la difficoltà di riconoscersi pienamente in un unico volto, la sensazione che dietro ciò che mostriamo possa esserci sempre qualcosa di più sfuggente. A questo punto il poeta introduce un dubbio: «Forse, volevamo morirci tutti / in questo caldo abbraccio». L’abbraccio, normalmente simbolo di protezione e calore, diventa qualcosa dentro cui si può morire. È quindi contemporaneamente rifugio e prigione. E l’espressione «nella nostra poetica» sembra suggerire che abbiamo persino trasformato questo dolore in un modo di raccontare noi stessi, quasi in un’estetica della malinconia. Poi arriva una frase che sembra racchiudere il senso dell’intera poesia: «le cose belle muoiono prima di noi». È una consapevolezza antica, ma il verso successivo cambia ancora tono: «per farci soffrire ancora un po’». Qui compare un’ironia amara, quasi un sorriso davanti all’inevitabile. Il poeta avrebbe potuto concludere in modo solenne; invece sceglie una frase apparentemente semplice, quasi scherzosa, che rende il dolore ancora più umano. E infine arriviamo alla conclusione: «e noi non siamo padroni di niente». Questa è la consapevolezza verso cui tutta la poesia sembra dirigersi. Non siamo padroni del nostro respiro, delle nostre ali, della malinconia, delle nostre maschere, delle cose belle che vorremmo trattenere. Tutto può cambiare, consumarsi, finire. Eppure c’è una cosa che il poeta riesce a fare: trasformare ciò che non può trattenere in parole. Non possiamo impedire alle cose belle di morire, ma possiamo conservarne l’eco nella memoria e nella poesia. Forse è proprio questo il senso più profondo del testo: scoprire di non essere padroni di niente non significa smettere di amare ciò che perdiamo; significa imparare a lasciarlo andare, cercando almeno di salvarne il sentimento attraverso le parole. E forse è proprio in questa capacità di guardare la malinconia senza rinunciare a un sottile sorriso che si avverte quella lontana risonanza della sensibilità di Pessoa. Gabry scusa se cito spesso Pessoa, sappi che lo amo anch'io. Saluti cari.

il 25/09/2026 alle 22:20

"Non possiamo impedire alle cose belle di morire, ma possiamo conservarne l’eco nella memoria e nella poesia. Forse è proprio questo il senso più profondo del testo: scoprire di non essere padroni di niente non significa smettere di amare ciò che perdiamo; significa imparare a lasciarlo andare, cercando almeno di salvarne il sentimento attraverso le parole" ... E penso sia proprio il compito della Poesia. ... Cita pure quanto vuoi Pessoa... lo amo, era geniale.

il 26/09/2026 alle 16:48

Scusa, dimenticavo di ringraziarti. ... Grazie anche a te, Sergio.

il 26/09/2026 alle 16:50

Bravo Gabry. Tieni alto il Vessillo con caparpietá filosofica, e lo fai davvero bene! Grazie.

il 26/09/2026 alle 19:47

In questi versi io leggo la caduta di ogni possibilità di volare più in alto delle bassezze che deridono tutti i nostri inutili sforzi ed avviliscono le nostre logore fatiche. Ed è stato l'abbraccio mortale ad una poetica nella quale non riusciamo più a riconoscerci a farmi cogliere la portata della tua conclusione, che mi pare voglia abbattere anche l'ultima illusione, quella del poeta come l'albatro, che secondo Baudelaire è goffo nel suo camminare sui ponti delle navi, ma quando vola in alto fiero e maestoso diventa il principe delle nubi, il poeta che la gente meschina non aveva riconosciuto... ma la tua poesia ci dice che questa possibilità viene negata all'essere umano o alla stessa Poesia, con il suo abbraccio caldo e ingannatore?

il 26/09/2026 alle 23:18