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Pubblicata il 04/09/2026
Dove il ghiaccio incontra il cielo
nella parte occidentale della Groenlandia, là dove la terra sembrava finire e il mare cominciava a confondersi con il cielo, esisteva un piccolo villaggio che d'inverno diventava quasi irraggiungibile. Le case erano poche, raccolte una accanto all'altra per difendersi dal vento. Più lontano cominciavano le montagne, scure sotto la neve, e oltre quelle montagne si stendeva un'immensa distesa bianca. L'inverno arrivava presto e sembrava non voler mai andare via. Per settimane il sole compariva appena all'orizzonte. Poi arrivavano mesi in cui il buio avvolgeva ogni cosa e soltanto l'aurora boreale sembrava ricordare agli abitanti che sopra di loro esisteva ancora un cielo. Ulla amava quel luogo. Non perché fosse facile viverci. Era difficile.
ma proprio per questo le sembrava autentico.
aveva imparato a riconoscere il cambiamento del tempo osservando le nuvole, il ghiaccio e il modo in cui Tala, il loro cane da slitta, teneva le orecchie quando il vento stava per cambiare. Tala era una grossa femmina dal pelo folto bianco e grigio. Era stata affidata a loro quando era ancora cucciola e, da allora, aveva deciso che Amaruq era il suo uomo. Lo seguiva ovunque. Quando Amaruq preparava la slitta, Tala gli girava intorno impaziente. Quando partiva per la pesca, lei lo accompagnava. Quando tornava, Ulla la sentiva abbaiare ancora prima di vedere la slitta comparire tra le dune di neve e sorrideva ogni volta. «Eccolo che torna!»
tala si voltava verso di lei come se avesse capito. Poi correva incontro a Amaruq.I due giovani vivevano un po' fuori dal villaggio. Durante i mesi più freddi utilizzavano anche un piccolo igloo che Amaruq aveva costruito lontano dalla casa. Non era la loro unica abitazione: serviva soprattutto come rifugio quando il ghiaccio rendeva difficili gli spostamenti e quando preferivano trascorrere qualche settimana più vicino alle zone di pesca. L'igloo era piccolo.
dentro c'erano una lampada, alcune coperte, il necessario per cucinare e uno spazio abbastanza grande perché loro due potessero dormire vicini. Ma Ulla lo amava.Diceva che lì dentro il mondo sembrava scomparire. Amaruq invece diceva che era impossibile dimenticarsi del mondo quando Tala russava proprio davanti all'ingresso. Ulla rideva.«Sei geloso del cane.»«Lei dorme meglio di me.» «Anche tu russi.»«Io non russo.»«Certo...»
amaruq fingeva di offendersi.Poi sorrideva. Era così il loro amore.Non aveva bisogno di grandi parole. Era fatto di gesti .Di mani che si cercavano. Di occhi che si incontravano. Di silenzi che non facevano paura .Amaruq era stato allevato per cacciare. Da bambino aveva imparato a riconoscere le tracce sulla neve, a seguire gli animali e a capire dal colore del ghiaccio se si potesse attraversare con sicurezza. Conosceva il mare come altri conoscono una strada. Ma c'era un animale che non riusciva più a cacciare. La foca. Quando era bambino, aveva trovato una giovane foca rimasta separata dalla madre. L'aveva portata vicino alla riva e, per alcuni giorni, si era preso cura di lei. Le parlava. Le portava il pesce. Si sedeva vicino all'acqua e aspettava che emergesse. La foca aveva imparato a riconoscerlo. Quando Amaruq arrivava, si avvicinava. Lo guardava. E a volte sembrava quasi aspettarlo. Poi era tornata al mare. Amaruq non aveva mai dimenticato quegli occhi. Aveva capito, ancora bambino, che dentro quegli animali c'era qualcosa che assomigliava alla paura, alla fiducia, alla curiosità. Qualcosa che lui non riusciva più a ignorare.. Da adulto aveva continuato a cacciare quando era necessario. Ma quando potevano vivere di pesce, preferiva pescare. Ulla lo comprendeva. Anche lei aveva imparato che la sopravvivenza non significava necessariamente diventare insensibili. Conservavano il pesce nel ghiaccio e nelle provviste che preparavano durante i mesi più favorevoli. In estate raccoglievano bacche artiche, alcune erbe e piante selvatiche che potevano essere conservate. Non era una vita ricca. Ma era sufficiente. E quando il mare era generoso, lo era anche la loro tavola. Fu durante una giornata di fine estate che Ulla trovò la renna. Era uscita con Tala per raccogliere alcune bacche. Il cielo era limpido e l'aria aveva già quel primo freddo che annunciava l'inverno. Tala si fermò. Ulla la vide irrigidirsi. «Cosa c'è?» Il cane guardava verso una piccola depressione del terreno. Avanzò lentamente. Poi la vide. Una renna era distesa sulla terra. Aveva una zampa ferita. Tentò di alzarsi, ma ricadde. Tala fece un passo avanti. Ulla le mise una mano sul collo.«No!»Il cane si fermò. Ulla si avvicinò alla renna. si inginocchiò a qualche passo di distanza. L'animale la guardava e si vedeva che aveva paura. Non cercò di toccarla. Restò semplicemente lì. Per qualche minuto nessuna delle due si mosse. Poi la giovane parlò.«Non voglio farti male.» La renna continuò a guardarla. Ulla tornò il giorno dopo. E quello successivo ancora. Portava acqua, cibo e un pezzo di stoffa per fasciare la ferita. All'inizio la renna cercava di allontanarsi. Poi smise. Un giorno Ulla riuscì finalmente a toccarle il muso. La renna non si mosse. Fu allora che lei decise di chiamarla Nita. Non sapeva perché. Quel nome le era semplicemente venuto in mente. Amaruq all'inizio era preoccupato.«È selvatica.»disse«Lo so.!Quando guarirà dovrà tornare al branco.»Ulla rispose…
«Lo so.»Amaroq la guardò.«Ti sei già affezionata.» Ulla sorrise.«Forse.» Amaruq sospirò.«Ulla!.» «Non le chiederò di restare.» Quella fu la promessa. E Ulla la mantenne. Curò Nita per settimane. Ogni giorno il rapporto tra loro cambiava. Non c'erano parole. Non ce n'era bisogno. Nita riconosceva i suoi passi. Quando Ulla arrivava, sollevava la testa. Quando si avvicinava, la osservava. Quando finalmente la zampa guarì, Nita rimase davanti a lei per qualche secondo. Fissandola negli occhi«Adesso puoi andare.»disse Ulla.La renna fece qualche passo. Si fermò. Si voltò. Lei non la seguì. La renna continuò verso le montagne.Ulla rimase immobile a guardarla. Aveva le lacrime agli occhi. Amaruq le mise una mano sulla spalla. «Tornerà.” Lei scosse la testa.«È libera.» Passò l'inverno.
ulla non parlò quasi mai di Nita. Ma pensava a lei. A volte guardava verso le montagne. Non sperava davvero di rivederla. Una mattina, però, mentre il cielo era ancora grigio, Tula cominciò ad abbaiare. La donna uscì fuori e rimase immobile. Nita era tornata. Non era sola. Accanto a lei c'erano due piccoli. La renna la guardava. Ulla guardava lei e lentamente s’ inginocchiò nella neve. «Sei tornata…» le disse. Nita abbassò il capo. I due piccoli si strinsero alla madre. Ulla sorrise. Non cercò di avvicinarsi. Non voleva spaventarli. Rimase soltanto lì. A guardarla. Quel giorno capì che esistono amicizie che non hanno bisogno di appartenere alla stessa specie. L'inverno successivo i due giovani trascorsero alcune settimane nell'igloo.Il vento aveva reso difficili gli spostamenti e avevano deciso di rimanere lì finché il tempo non fosse migliorato. Avevano abbastanza pesce congelato. Tala dormiva vicino all'ingresso. La notte sembrava infinita. Fuori, il vento passava sopra la neve con un lungo respiro. Dentro l'igloo, invece, c'era soltanto il rumore lieve del loro respiro. Ulla aveva preparato il pesce poche ore prima. Ne avevano ancora una piccola scorta conservata nella neve, abbastanza per diversi giorni. Non avevano bisogno di parlare del cibo. Amaduq controllava le provviste ogni sera. Quella sera, però, non parlò delle provviste. Si sedette accanto a lei.Ulla aveva le mani fredde.
lui le prese tra le proprie e le strinse piano. «Hai ancora freddo?» Le disse. Lei scosse la testa.
«Adesso no.»disse ,mentre appoggiava la testa sulla sua spalla. Per qualche minuto rimasero così. Fuori c'era un mondo immenso, bianco e gelato.
dentro quello spazio piccolo c'erano soltanto loro due. Amaduq le accarezzò lentamente i capelli. «A volte penso che siamo pazzi. Ulla sollevò gli occhi.
«Perché?» «Perché abbiamo scelto di vivere qui.» Lei sorrise.«Tu l'hai scelto.»«E tu sei venuta con me.»«Per questo siamo entrambi pazzi.»
amaduq rise e la strinse a sé. Ulla sentì il calore del suo corpo attraverso i pesanti vestiti e infilò una mano sotto il suo braccio, cercando ancora più vicinanza,poi gli disse: “Se un giorno dovessimo andare via da qui?” Lui rimase in silenzio. «Dove andremmo?» Ulla alzò appena le spalle. «Non lo so.» Lui le baciò la fronte.«Allora non andremo.» Non era una promessa sul futuro. Era soltanto una cosa semplice che, in quel momento, bastava. Rimasero abbracciati mentre il vento continuava a scuotere il mondo bianco là fuori. Tula sollevò per un istante la testa. Guardò i suoi padroni e poi tornò a dormire. Ulla sorrise. «Anche lei ci controlla.»«È gelosa.» «Di me?»«Di me.»Ulla rise sottovoce.Poi si strinse ancora di più a lui.
«Ti amo.» Amaduq non rispose subito.La guardò Era quello il suo modo di amarla: non aveva bisogno di pronunciare continuamente quelle parole. Le aveva dimostrato mille volte che sarebbe rimasto. Che avrebbe condiviso il freddo, la fame, il buio, il vento e ogni alba.
alla fine le sussurrò:«Lo so.» Lei gli diede un piccolo colpo sul petto.
«Non vale.» «Cosa?» «Io ti dico che ti amo e tu mi rispondi che lo sai.»
amaduq sorrise stringendola più forte. «Ti amo anch'io.» Ulla chiuse gli occhi.
fuori, nel buio, cominciava a comparire una luce verde. L'aurora boreale si muoveva lentamente sopra la neve. Ma dentro l'igloo nessuno dei due aveva bisogno di guardarla. Per quella notte avevano già trovato la loro luce.La mattina seguente il vento era cessato. Amaruq uscì per controllare il ghiaccio. Tala subito lo seguì. Ulla davanti all'ingresso dell'igloo guardava le montagne.Per un momento le sembrò di vedere qualcosa muoversi sulla neve. Prese il mantello e uscì. Era Nita.A qualche centinaio di metri. I due piccoli erano cresciuti. Ulla non si avvicinò.
larenna la vide, si fermò e ancora una volta si guardarono. Non c'era più bisogno di curare la ferita. Non c'era più bisogno di proteggerla. Nita era tornata soltanto per ricordarle che era sopravvissuta. Ulla portò una mano al cuore.«Vai», sussurrò.
la renna rimase ancora qualche secondo. Poi si voltò.E si allontanò verso le montagne insieme ai suoi piccoli. Amaduq, che era rimasto qualche passo indietro, raggiunse Ulla e le mise un braccio intorno alle spalle. «È venuta a salutarti.» Lei appoggiò la testa contro di lui.«No.»
«No?» «È venuta a ricordarmi che non tutto quello che amiamo deve rimanere con noi.»
davanti a loro la neve brillava sotto la prima luce del mattino. Il mondo era enorme. Loro erano soltanto due persone in mezzo a quella distesa. Avevano poco.
una casa. Un igloo. Un cane.
una piccola scorta di pesce. Qualche ricordo. E un amore che non aveva bisogno di molto spazio per esistere.
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Un ghiaccio soffice e caldo come cotanto amore! Una storia straordinariamente emozionante, amica Nin. Complimenti.

il 04/09/2026 alle 16:01

Grazie Sir.Grazie per le tue parole. Mi fa particolarmente piacere che tu abbia colto l'emozione e soprattutto l'amore che attraversa la storia. Questo racconto è nato dopo aver letto L’ultimo lappone, un libro che mi ha portato in un mondo molto lontano dal nostro, dove il rapporto con la natura, la solitudine e la necessità di sopravvivere hanno ancora un peso enorme. Mi ha colpito l'idea che, in luoghi dove apparentemente non c'è quasi nulla, le persone possano vivere sentimenti molto profondi e dare un valore immenso alle cose più semplici. Ho cercato di portare quella sensazione nella storia di Ulla e Amaruq: non tanto per contrapporre la loro vita a quella moderna, ma per raccontare come la scarsità, il silenzio e l'isolamento possano rendere più visibili ciò che spesso, nella nostra quotidianità, rischiamo di dare per scontato: una presenza, una carezza, la fedeltà di un cane, il ritorno di un animale, la libertà di lasciare andare ciò che amiamo. Forse anche Nita nasce da questa idea: amare qualcuno non significa necessariamente possederlo o trattenerlo. A volte significa lasciarlo andare e, se un giorno ritorna, essere semplicemente felici di rivederlo. Grazie ancora per aver letto la storia e per avermi restituito questa tua impressione.Abbracci.

il 05/09/2026 alle 08:35

Ho vissuto l'intensità di ciò che è essenziale al quale viene restituito il giusto valore. Sempre esemplare ogni tuo scritto. Un caloroso abbraccio.

il 05/09/2026 alle 14:00

Grazie Poe per aver riconosciuto, nelle parole di questo racconto, quel filo sottile che unisce l’essenziale alla vita. Forse è proprio questo che, quando una storia riesce ad andare oltre se stessa, resta: ricordarci che amare significa anche lasciare liberi, che ciò che conta non ha bisogno di possedere e che le cose più preziose sono spesso quelle più semplici. Le tue parole danno valore a questo piccolo viaggio tra neve, silenzio e umanità. Un abbraccio sincero.

il 05/09/2026 alle 22:03

''non si ama che ciò di cui si ha cura '' . Da cui secondo me deriva ciò che considero amore , non possesso, non ''mangiarlo dal di dentro'', ma vederne le potenzialità e fare in modo che le tiri fuori , cioè si migliori nelle sue potenzialità, concedergli la libertà di essere ciò che è Senza ''ricatti morali''...E l'amore vive anche da lontano perché è libertà.Il tuo racconto , in un ambiente così difficile ma così caldo anche se ghiacciato , mi è piaciuto moltissimo , perché secondo me c'è amore anche nel ghiaccio . Sei bravissima ! Baci Eos

il 06/09/2026 alle 21:56