Questo testo, a prima vista, sembra parlare semplicemente della gotta: una malattia dolorosa che blocca il piede e la gamba, costringe a letto, richiede farmaci e interrompe per alcuni giorni la vita normale. Ma, a mio avviso, la gotta è soltanto il punto di partenza. Sotto la superficie del testo si muove qualcosa di molto più ampio: una riflessione sul dolore, sulla creatività, sul distacco, sulla morte e sul bisogno dell'uomo di continuare a costruire legami nonostante la propria fragilità. All'inizio citi le possibili cause della gotta, l'abuso di alcool, il consumo eccessivo di carne e quasi scherzi sulla possibilità di cambiare immediatamente stile di vita, diventando astemio e vegano. Ma si capisce che il problema non è soltanto quello che si mangia o si beve. Il vero problema è il dolore, soprattutto perché è un dolore che blocca. Blocca il corpo, ma anche la mente e la creatività. Quando il piede non permette di muoversi, sembra diventare più difficile anche creare, pensare, scrivere. Ed è proprio qui che compare l'ironia della “malattia dei re”. La gotta, storicamente associata alle classi ricche e potenti, viene quasi nobilitata perché ne soffrivano anche imperatori e personaggi importanti. Ricordi gli imperatori francesi costretti a letto e ti chiedi, con una punta di sarcasmo, se anche loro abbiano passato il tempo a scrivere saggi sul dolore insopportabile. È un passaggio divertente, ma anche molto intelligente: l'ironia diventa un modo per sopportare il dolore. Se non possiamo eliminarlo, possiamo almeno guardarlo con distacco, trasformarlo in pensiero, perfino scherzarci sopra.Poi il testo abbandona la dimensione concreta della malattia e diventa più oscuro e simbolico. Arriva il riferimento alla Joni, al distacco, a Shiva, al “morto” e al “cadavere”. Qui il dolore fisico sembra trasformarsi in un dolore diverso, più profondo: quello della separazione, della perdita, forse della morte. Non è necessario stabilire una spiegazione unica per queste immagini. Anzi, il fatto che rimangano enigmatiche sembra voluto. Qualche volta hai suggerito di non fermarci alla linearità, all'apparenza: sotto ogni parola può esserci un altro significato. In questo senso anche la gotta assume un valore simbolico. È il dolore che si manifesta nel corpo, quello che possiamo indicare con un dito: è qui che mi fa male. Ma sotto quel dolore può essercene un altro che non possiamo localizzare così facilmente. Il corpo è immobilizzato dalla malattia, mentre interiormente sembra essere alle prese con il distacco, con la perdita e con qualcosa che riguarda la morte e la trasformazione. E alla fine arriviamo forse all'immagine più significativa: quella dei “facitori di ponti”. Il ponte è ciò che mette in comunicazione due luoghi separati. Perciò i facitori di ponti possono essere coloro che scrivono, creano, amano, comunicano, cercano di avvicinare persone e mondi diversi. In questa prospettiva, una giornata trascorsa al pronto soccorso non è semplicemente una giornata persa perché non si è potuto lavorare: è una giornata sottratta alla possibilità di creare un legame, costruire qualcosa, mettere in comunicazione ciò che è separato. E forse qui il testo acquista il suo significato più profondo. Non dici ,la gotta fa male. Stai dicendo qualcosa di simile a: il dolore ci ricorda quanto siamo fragili e quanto poco controllo abbiamo sul nostro corpo e sul nostro tempo. Però, nello stesso momento, bisogna reagire a questa fragilità attraverso la parola, l'ironia, la cultura e la creatività. Il corpo si ferma, ma la parola continua a muoversi. E’ proprio lì che sta il paradosso centrale del brano:ll dolore ci impedisce di camminare, possiamo ancora cercare di costruire ponti. Mi pare che tu Sergio voglia dire( So che non risponderai)…il dolore ci toglie una possibilità, ma non necessariamente tutte le possibilità.la gotta ti impedisce di camminare, il dolore rischia di impedirti di creare, il distacco rischia di spezzare il ponte con l'altro. Ma tu scrivi. E quindi la poesia stessa diventa una canzone d'amore che non vuoi buttare via.Saluti
Ninetta,mi consenta,ma io ti ho sempre risposto!La tua poesia e' perfetta,dalla prima a questa,ovvio son poesie "personali" che rileggero' con trasporto,al termine della Maratona. Le mie ultime han destato baci al reparto ibernazione,questa qui e' piaciuta("spiagge gelate",chanson de Andre'...),ma a me pare di scriver sempre allo stesso modo. Zao,e a presto.
AlloraSergio, mi consenta di correggermi: prendo atto che mi hai sempre risposto! Quel “so che non risponderai” era evidentemente una mia licenza poetica, non una constatazione dei fatti. Mi fa molto piacere che tu abbia sentito la mia lettura e soprattutto che la poesia ti sia piaciuta. Forse hai ragione tu: magari scrivi sempre allo stesso modo, ma è proprio quel tuo modo criptico che ogni volta mi fa venire voglia di approfondire. E “reparto ibernazione” mi ha fatto sorridere. Per fortuna questa volta la poesia è stata scongelata! Quanto a “Spiagge gelate”, completano la tua vena ironica . Zao Sergio, e a presto.