Ho letto questo tuo racconto con vera emozione. Tra ricordi, luoghi, persone e piccole avventure, hai saputo riportare alla luce un mondo semplice e prezioso, visto con gli occhi meravigliati di un bambino. La parte che più mi ha toccato è quella della partenza: si sente davvero quanto fosse grande quell’estate e quanto difficile fosse lasciarla andare. Una memoria sincera, piena di vita e di cuore.
Grazie Galiziafede. Mi fa piacere che il racconto ti abbia anche emozionata. Dopo quell’estate del lontano 1949 noi non ci siamo più ritornati per molti anni per vari motivi. Mia sorella ci ritornò per 2 settimane nel 1951. Io nel 1966 per 3 settimane estive nella nuova casa degli zii Favetta (lo zio Giacomo, quello che l’aveva costruita). Era già cambiato qualcosa, anche perché nel 1963 c’era stata la tragedia del Vajont, per cui nei campi c’erano ancora alcuni container abitati dai profughi. La casa degli Ongaro, dove si stava tutti assieme, era stata venduta. (ovviamente non si poteva entrare nella proprietà, ma, un giorno che passavo davanti, vidi il cancello aperto ed entrai per un paio di metri a dare una rapida sbirciatina… e mi sorpresi a constatare che il marciapiede attorno alla casa, sul quale mi sedevo “comodamente” era alto appena 5 centimetri !!!
Terminato anche l'8° capitolo, posso affermare che il racconto è stato emozionante, si è snodato tra tempi e luoghi che io assolutamente non conosco (la mia infanzia è stata negli anni '70 e sono di un posto di mare nel sud della Puglia, quindi apparentemente nulla in comune, anche se essendo paesello all'epoca di economia prevalentemente agricola le differenze son legate a quella ventina di anni, quello scarto di una generazione, che portava ad avere le vie asfaltate e diverse automobili in giro per il paese, non ancora certamente una - o addirittura più di una - per ogni famiglia, ma insomma le famiglie che ne avevano una c'erano), riuscendo a farmi vivere una sensazione di nostalgia dolce, persino al limite del rimpianto!
Grazie ioffa, contento ti sia piaciuto. "Apparentemente" hai detto bene, perché ogni età ha la sua parte di infanzia da ricordare con nostalgia. Ognuno ha le sue emozioni e non è che siano maggiori o migliori di altre. Mi piace il termine che hai usato. "... una sensazione di nostalgia dolce, persino al limite del rimpianto!" Conosco molto bene la Puglia e "tutte" le altre regioni del nostro bel paese. Sicuramente anche tu hai i "tuoi" ricordi di quando avevi 5 anni o giù di lì. A me interesserebbe conoscere i tuoi e quelli di altri.
Agosto e settembre del 1949 appartengono a un mondo ormai lontano, ma nei ricordi di quell’estate sono rimaste immagini di grande freschezza: i prati, i boschi, le ceste colme di nocciole, i rovi carichi di more, le gite, le sagre, il cinema all’aperto e la vendemmia. Era un tempo senza smartphone, internet, videogiochi e televisione in ogni casa. Eppure non sembrava mancare nulla. Le giornate erano piene di cose da fare e, soprattutto, di persone con cui condividerle. Bastava poco per trasformare una giornata normale in un’avventura. La raccolta dei ciclamini sul Cuol è uno degli episodi più suggestivi. La meraviglia davanti a quei fiori giganteschi, così numerosi da sembrare un tappeto, rimane impressa nella memoria. Solo dopo, grazie agli avvertimenti della contadina e alle rimproverate dei genitori, emerge la consapevolezza del pericolo corso. Quel fruscio nell’erba, quel “sssshhh” che allora sembrava insignificante, a distanza di tanti anni assume un significato completamente diverso. La raccolta delle more racconta la bellezza della famiglia intera impegnata nella stessa attività: gli adulti davanti ad aprire un passaggio tra i rovi e tutti gli altri dietro con le ceste. E quelle more enormi, alcune raccolte con pazienza e altre mangiate direttamente sul posto, sarebbero poi diventate marmellata. Anche la gita a San Foca, il passaggio del grande gregge di pecore e le passeggiate in carro e cavallo sono ricordi di una vita semplice, profondamente legata alla campagna e alla natura. Ecco, poi. la Sagra di Malnisio rappresentare, invece, la forza della comunità: la pesca di beneficenza, l’albero della cuccagna, le gare, il tiro alla fune, le biciclette d’epoca, i giochi e, alla sera, la musica e il ballo alla Boschina. Non servivano grandi strutture: era la gente stessa a creare la festa. Anche il cinema in piazza a Grizzo racconta quanto potesse essere prezioso, allora, qualcosa che oggi consideriamo normale. Un lenzuolo come schermo, delle cassette di legno per sedersi, un proiettore e un pubblico disposto persino a pagare con uova, verdura o altri oggetti. E quando la pellicola si rompeva, si aspettava che venisse riparata e lo spettacolo continuava. Che meraviglia! La vendemmia era l’ultimo grande momento della vacanza. Uomini, donne e bambini lavoravano insieme nei filari, cantando da una fila all’altra. Alla sera, la grande tavolata riuniva una quarantina di persone: parenti, amici e la zia Nilde in carrozzina. Ed è proprio allora che nasce il desiderio di avere lì anche tutti gli altri parenti, quelli di San Foca e quelli rimasti a Trieste. Tutti insieme sarebbero stati più di cento. Poi arrivavano i saluti, qualche lacrima e la partenza per Trieste. La vacanza era finita. Ma forse è proprio questo il significato più profondo di questi ricordi: non raccontano soltanto un’estate del 1949, ma un mondo, una famiglia e un modo di vivere che oggi appare lontanissimo. Un mondo fatto di poche cose, forse, ma ricchissimo di tempo condiviso, di natura, di relazioni e di piccole gioie. E la poesia friulana posta alla fine sembra raccogliere proprio questo messaggio: qualcuno continua a correre dopo che la corsa di chi lo ha preceduto è terminata. Forse è anche questo il valore della memoria: finché qualcuno racconta, ciò che è stato continua, in qualche modo, a vivere. Conoscevo il tuo libro, non lo avevo letto completamente… E’ stato bello averlo letto tutto. Complimenti Fabio .Abbracci,
Lo sai che il tuo commento mi ha commosso alle lacrime? (giuro!) Oltre ad avere colto tutti gli aspetti del racconto hai saputo cogliere anche il finale. Quella poesia in friulano me l’aveva data mia nonna, scritta su di un foglio, quando ero ancora piccolo ed io, ovviamente non ne avevo capito il senso. Tanti ma tanti anni dopo, da adulto, mia moglie che, da parte materna, è di origini friulane, ha fatto la traduzione e, solo allora, lo capii. La corsa e la montagna hanno profondi significati, e… sai una cosa? Ho una nipotina (Ginevra, quella a cui ho dedicato la poesia “A Ginevra (nipotina 2 anni)” prima di lasciare il sito per molto tempo…) che ogni giorno mi sorprende perché, oltre ad altre qualità, capisce cose più lei di un adulto) beh le ho fatto leggere la poesia in friulano con la traduzione. Mi ha guardato stupita: “Motivo?” Io: “Leggi attentamente, poi ti farò una domanda”. Ha preso il foglio e l’ha letto un paio di volte, gli occhi andavano da sinistra a destra, da sinistra a destra... più volte…, alla fine appoggia il foglio e mi guarda in attesa. Io “Adesso dimmi cosa significa secondo te.” Socchiude gli occhi, il labbro superiore si arriccia leggermente… (conosco quello sguardo…) e risponde: “E’ la corsa della vita!” Mi si sono inumiditi gli occhi! Mi mette una mano sulla spalla e: “Tranquillo nonno, tu ce l’hai fatta e sei qui con noi. Correremo insieme per un po’ e poi correrò io per te.” Capisci, Ninetta? non aggiungo altro… anzi no aggiungo che per quelli di Malnisio il monte Fara significa come per Illune il Campanile di Val Montanaia, “urlo di pietra” una presenza sul villaggio sottostante. Mi ha fatto piacere questo tuo commento. Complimenti a te. Anche la tua presenza qui è significativa per tutti noi. Abbracci