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Pubblicata il 14/08/2026
Agosto/Settembre 1949. Un periodo di vacanze estive viste con gli occhi di un bambino di 5 anni.

il cuol
una mattina, solo noi giovani (il cugino Sergio con un amico, mia sorella Bruna, la cugina Renata, la Luisa ed io) andammo a raccogliere nocelle sul vicino “Cuol” (colle), portando ognuno una grossa cesta. In pochissimo tempo le riempimmo, perché il Cuol era tutto coperto di noccioli. Tornammo a casa di corsa a scaricarle e poi di nuovo sul Cuol, stavolta con 2 ceste ciascuno, e… Sergio portò anche una gerla. Dopo averle riempite, ci accorgemmo che più in là il prato era letteralmente coperto di ciclamini, bellissimi, giganti. Mai visto uno spettacolo simile. Euforici cogliemmo mazzi e mazzi che legavamo con filo d’erba, di quella più resistente. Felici e contenti scendemmo verso casa cantando e saltellando, ma, quando arrivammo al sentiero che conduceva a casa, incontrammo una contadina che ci chiese:
“Ehi ! Ma dove avete raccolto tutti quei ciclamini?”
e noi, all’unisono: “Sul Cuol, ce ne sono a tappeto !”
“Pazzi ! Non lo sapete che quella zona è tutta un nido di vipere? Neanche i contadini ci vanno a falciare l’erba…”
ridendo, facemmo spallucce perché non le credevamo, ma, arrivati a casa, i nostri genitori ci sgridarono, non per le nocelle, ma proprio per i ciclamini. E ci proibirono di ritornarci perché avevamo davvero passato un grosso pericolo per via delle vipere.
a pensarci bene mi ricordavo che, ogni volta che allungavo la mano nell’erba alta per coglierli, sentivo un fruscio, un “sssshhh”…..

la raccolta delle more
Lo stesso giorno della raccolta delle nocciole, al pomeriggio, papà e zio Guido ebbero l’idea della raccolta delle more, da fare tutti, nessuno escluso. C’era un sentiero che dalla piccola chiesetta a confine tra Malnisio e Grizzo si addentrava nei campi. Non era frequentato neanche dai carri dei contadini perché pieno di rovi e ci si poteva passare a malapena solo a piedi.
Armati di lunghi bastoni con cui scostare i rami pungenti papà e zio Guido fecero strada per tutti gli altri, che seguivano con le ceste (sempre quelle delle nocelle…). Anche a Trieste siamo andati qualche volta a raccogliere le more di rovo, ma, giuro, non ne avevo mai viste così tante e… grosse. Grosse si, come noci…
Per raccogliere quelle più in alto si abbassava il ramo usando un bastone. Naturalmente a quelle più belle e grosse non si resisteva e si mangiavano sul posto.
era tutto un “Guarda quella là. Guarda quella lassù” da parte delle donne che chiedevano l’aiuto dei mariti.
Qualche spina l’abbiamo beccata, ma, alla fine, siamo tornati a casa con un ricco bottino e, oltre a mangiarne un po’ con il succo di limone… poi marmellata a gogò.

a casa dei magris di monfalcone
Come avevo già accennato, un campo di granturco lungo qualche centinaio di metri, separava la nostra casa da quella dei Magris di Monfalcone. La loro casa, una villetta, era più antica, ma completa di tutto ed impeccabilmente arredata. Stavano a Malnisio per tutta l’estate. Papà Spartaco lavorava come ingegnere ai cantieri navali di Monfalcone e veniva in ferie, per due sole settimane, attorno a ferragosto. Ci arrivava con la sua automobile, che era anche l’unica che si vedeva in zona. La moglie Magda assieme alla sorella di lei Nilde, stavano in villa per tutta l’estate, naturalmente con la Luisa, e…Lilla la cagnolina… Erano benestanti, ma, purtroppo la Nilde era costretta su di una carrozzina e non potevano partecipare alle nostre gite. Per lo più si godevano il bel giardino, ricchissimo di fiori. Facevano gite in auto solo nelle due settimane di ferie di Spartaco. In un angolo del giardino il papà aveva costruito una piccola casetta di legno e bambù, completa di porticina, piccole finestre, e all’interno piccoli mobili, tavolo e sedie. Era perfetta e ci si poteva anche dormire. La Luisa ci giocava con le bambole, assieme ad una bambina dei vicini.
Di tanto in tanto ospitavano gli altri zii e zie di Monfalcone che venivano a trovarli.
Mi faceva un po’ di pena però la loro situazione. Non mancavano i soldi, avevano l’auto, una bellissima casa, arredata con sciccheria, ma… la zia Nilde in carrozzina…

gita A san foca
Mentre la nostra famiglia trascorreva le vacanze a Malnisio, quella dello zio Ucci (il fratello di papà) con la moglie Nerina e mia cugina Mirella, passava l’estate a San Foca, a casa della suocera (nonna Maddalena). Il paese si trovava in pianura, a una decina di chilometri e mio padre mi ci portò in bicicletta, io seduto su un piccolo sellino sul manubrio.
Quando arrivammo ebbi la sorpresa di trovare anche le cuginette (da parte di materna) di Mirella (Gabriella e Marina), che erano state portate lì per passare l’estate. A San Foca faceva molto più caldo, anche in giardino all’ombra degli alberi c’era sempre afa, però lo zio Ucci aveva attaccato un tubo di gomma al rubinetto esterno e, ogni tanto faceva un po’ di “pioggia”. Tutti avevano il costume da bagno, solo io e mio padre no, perché non sapevamo di questa trovata. Comunque le cugine si divertirono ad annaffiarmi a dovere lo stesso, tutto vestito… e così fu guerra…Avevano anche una cagnolina che partecipò ai giochi d’acqua…solo che lei era velocissima e difficilmente si riusciva a schizzarla.
Poi facemmo anche altri giochi, con dei cerchietti, con i tamburelli, e poi, mi insegnarono un gioco con le carte di tressette che io non conoscevo: “gnagno”. In pratica è quel gioco oggi chiamato uno, molto divertente.
Alla fine della giornata ritornammo a casa, sempre sul sellino della mitica bici di papà.

le pecore
Un giorno, mentre giocavamo nell’aia, sentimmo che si avvicinava un rumore di campanacci. Ci precipitammo in strada e…
pecore !!!… mai viste tante pecore… un esercito che riempiva la strada, camminavano piano, brucando di tanto in tanto qualche ciuffo d’erba che cresceva vicino al bordo del fossato. Non finiva più la processione. Il pastore, ogni tanto gettava a terra qualcosa che a me sembrava terra, ma papà mi spiegò che era sale rosso, non come quello da cucina, e che le pecore ne andavano ghiotte e che serviva per farle camminare nella direzione voluta. Comunque ci pensava il cane pastore che, infaticabilmente, faceva proseguire quelle che si fermavano troppo. Correva avanti e indietro e teneva sotto controllo tutto il gregge. C’erano anche piccoli agnellini, ma quelli stavano sempre vicini alla loro mamma… Penso che quando le ultime passarono davanti alla nostra casa, le prime dovevano essere già quasi a Montereale… praticamente 600 – 700 metri più in là. Beh non erano mica tutte allineate strette, erano un po’ sparse, ma lo stesso erano tante. Non so dove andavano perché a Grizzo e Montereale non c’erano ovili, per cui sicuramente stavano andando a Maniago e forse un po’ oltre.
spettacoli così non ne avevo mai visti. Papà disse che una tosatura l’avevano fatta sicuramente sui monti, ma che ora avevano ancora il pelo lungo e che le avrebbero tosate di nuovo.

la sagra
Per Ferragosto Malnisio divenne il paese più importante per la Sagra. Non era una Sagra qualunque. Mai vista una cosa del genere. Venne gente da tutto il Friuli. In piazza c’era la pesca di beneficenza. A terra tutte le striscioline colorate che non avevano vinto nessun premio sembravano coriandoli di Carnevale. Avevano eretto l’albero della cuccagna con appesi un prosciutto, dei salami e formaggi. Il palo era unto di grasso ed era divertentissimo vedere quelli che tentavano la fortuna. Riuscivano a salire fino quasi in cima… e poi… giù.
C’erano anche due baracconi tipo Luna Park, uno per il tiro con la carabina e l’altro per il tiro alle piramidi di barattoli con le palle piene di segatura.
Si svolsero delle gare… La corsa coi sacchi e quella con gli asini. Tutte e due vennero vinte da Olinto, un ragazzo del paese. Mio padre mi fece accomodare a cavalcioni sulle sue spalle, ché io ero piccolo, la gente tanta e altrimenti non riuscivo a vedere nulla.
Da tutti i paesi erano venuti anche per una divertentissima sfilata di bici d’epoca. C’erano tandem a due, a tre anche a sei posti, e poi c’era anche una di quelle bici con la ruota anteriore enorme. Un gran spasso a vedere, anche perché ognuno sfoggiava dei ridicoli costumi d’epoca.
in piazza si sfidarono al tiro alla fune varie squadre, e c’era molta tifoseria perché vi era rivalità tra i paesi. Vinsero quelli di Sequals, il paese di Primo Carnera, il noto pugile.
anche le donne parteciparono ad una gara: quella di correre, con le mani legate dietro la schiena, con un cucchiaio di legno in bocca tenendovi un uovo senza farlo cadere.
ad un certo punto tutti si ammassarono sotto il campanile… Il sagrestano lanciò un pollo vivo, con le gambe legate. Chi lo prendeva era suo…
il poverino riuscì ad atterrare sbattendo le ali a più non posso… ma fortunatamente non vidi in che maniera venne preso.
alla sera… tutti alla Boschina. Stavolta si che era un pienone ed infatti avevano falciato l’erba di un campo vicino e messo tanti, ma tanti tavoli in più. E c’era da bere e anche da mangiare.
e naturalmente… “ballai” con la Luisa…

film in piazza A grizzo
Non vi erano sale cinematografiche nei paesi (forse a Maniago si), ma… una sera, si seppe che avrebbero proiettato un film in piazza a Grizzo, il paese vicino. Lo si seppe col passa-parola. Quella sera ci recammo tutti, e ognuno doveva portare con sé una cassetta di legno da usare per sedersi (quelli delle case vicine portarono ovviamente le sedie di casa…). Lo schermo era un lenzuolo appeso tra due alberi e fissato alla base con delle pietre per tenderlo alla meglio. Non c’era vendita di biglietti e non vi era neanche nessun tipo di transennamento, ma non vi furono “portoghesi”. Tutti passavano davanti al tavolino dove era sistemato il proiettore e pagavano. Qualcuno pagava in moneta, altri con generi alimentari (uova, verdura, ecc…) oppure oggetti (cucchiai di legno…).
Era un avvenimento quello. A Trieste c’erano molti cinematografi, ma nei paesi no. Non ricordo né il titolo, né la trama del film proiettato, comunque era in bianco e nero e… per più volte si “bruciò” la pellicola che venne riparata tagliando ed incollando gli spezzoni di celluloide…

altre gite… (marsure polcenigo)
Vennero fatte altre gite usando il carro e il cavallo, non come quello usato per la gita a Barcis, che era tipo “lusso”, ma con carri più piccoli e con le ruote di legno coi cerchioni di ferro. Mi è rimasta impressa nella mente quella fatta a Polcenigo, perché il posto era bellissimo per i laghetti con le “polle” (sorgenti di acqua limpida e trasparente che sgorgano dai fondali). E poi anche per le fonti del Gorgazzo proprio vicine al paese. La sorgente, localmente chiamata "el Buso", si presentava come un'ampia e profonda pozza, nascosta fra alberi e rocce, continuamente alimentata da acque limpide e gelide provenienti dal massiccio del Cansiglio e andava a formare il fiume Livenza.

la vendemmia
Era un rito, una festa a cui tutti partecipavano. L’ultima, ché dopo si doveva tornare a Trieste. A metà settembre grandi e piccoli, uomini e donne, con ceste e canestri, a raccogliere i grappoli d’uva. Non c’era fatica, solo gioia negli occhi di tutti.
le ragazze usavano adornarsi la testa con una coroncina di fiori intrecciati. Ognuno aveva il suo compito. I contadini andavano avanti e indietro con i carri a portare i canestri vuoti e raccattare quelli pieni d’uva. Tutti gli altri disposti lungo i filari a recidere i grappoli d’uva matura. Quasi una gara a chi riusciva a finire il proprio filare.
si cantava, ma non ricordo le parole né che canzone fosse. Confesso che non ho mai capito il dialetto friulano, mentre invece a Malnisio e dintorni comprendevano e parlavano benissimo il dialetto triestino. Ricordo però che la canzone era alternata, nel senso che una strofa veniva cantata da quelli che stavano su di un filare e la successiva da quelli dell’altro filare, come a rispondersi l’un l’altro.
io ero piccolo e non ci arrivavo all’altezza dei grappoli, per cui usavo una sedia e mi arrabbiavo perché alle volte una gamba affondava nel terreno e la sedia si sbilanciava…
comunque feci la mia parte e diedi il mio contributo.
Alla sera, grande cena nel sottoportico della fattoria del Ciaciu. Una lunga tavolata con tutte le famiglie riunite, compresi i parenti e gli amici del Ciaciu e… la zia Nilde in carrozzina. Tutti assieme. Una quarantina di persone.
Io pensavo che sarebbe stato bello se quella sera fossero stati presenti anche tutti quelli dalla parte dello zio Ucci (quelli di San Foca) i Magris rimasti a Trieste e tutto il parentado del nonno e nonna materni anche loro rimasti a Trieste. Tutti assieme saremmo stati più di cento, perché dalla parte di mamma i parenti erano anche più numerosi di quelli di parte di papà.
Alla fine della cena, saluti e qualche lacrimuccia perché l’indomani era giorno di partenza per tornare a casa: la bellissima vacanza era finita !!!

poesia in FRIUlano

denti
ti cjàlitu
denti
ogni tant,
par iodi
se denti di te
alc a 'nd'è
che al vada
al di sôre
e al di là
dal cori
dal mont :
sperin di si.
sarà chel alc
che dopo di te
continurà
a cori
distès
encje cuant che tu
tu vorâs
finît
le tô corse.

traduzione:

dentro
ti guardo
dentro
ogni tanto
per vedere
se dentro di te
altro non c’è
che vada
al di sopra
e al di là
del correre
dalla montagna:
speriamo di si.
sarà qualcun altro
che dopo di te
continuerà
a correre
lo stesso
anche quando tu
tu vorrai
che sia finita
la tua corsa.

note:
non so se la traduzione sia esatta perché, come già detto, per me è sempre stata una lingua difficile.
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Ho letto questo tuo racconto con vera emozione. Tra ricordi, luoghi, persone e piccole avventure, hai saputo riportare alla luce un mondo semplice e prezioso, visto con gli occhi meravigliati di un bambino. La parte che più mi ha toccato è quella della partenza: si sente davvero quanto fosse grande quell’estate e quanto difficile fosse lasciarla andare. Una memoria sincera, piena di vita e di cuore.

il 15/08/2026 alle 11:53

Grazie Galiziafede. Mi fa piacere che il racconto ti abbia anche emozionata. Dopo quell’estate del lontano 1949 noi non ci siamo più ritornati per molti anni per vari motivi. Mia sorella ci ritornò per 2 settimane nel 1951. Io nel 1966 per 3 settimane estive nella nuova casa degli zii Favetta (lo zio Giacomo, quello che l’aveva costruita). Era già cambiato qualcosa, anche perché nel 1963 c’era stata la tragedia del Vajont, per cui nei campi c’erano ancora alcuni container abitati dai profughi. La casa degli Ongaro, dove si stava tutti assieme, era stata venduta. (ovviamente non si poteva entrare nella proprietà, ma, un giorno che passavo davanti, vidi il cancello aperto ed entrai per un paio di metri a dare una rapida sbirciatina… e mi sorpresi a constatare che il marciapiede attorno alla casa, sul quale mi sedevo “comodamente” era alto appena 5 centimetri !!!

il 15/08/2026 alle 16:44

Terminato anche l'8° capitolo, posso affermare che il racconto è stato emozionante, si è snodato tra tempi e luoghi che io assolutamente non conosco (la mia infanzia è stata negli anni '70 e sono di un posto di mare nel sud della Puglia, quindi apparentemente nulla in comune, anche se essendo paesello all'epoca di economia prevalentemente agricola le differenze son legate a quella ventina di anni, quello scarto di una generazione, che portava ad avere le vie asfaltate e diverse automobili in giro per il paese, non ancora certamente una - o addirittura più di una - per ogni famiglia, ma insomma le famiglie che ne avevano una c'erano), riuscendo a farmi vivere una sensazione di nostalgia dolce, persino al limite del rimpianto!

il 16/08/2026 alle 00:49

Grazie ioffa, contento ti sia piaciuto. "Apparentemente" hai detto bene, perché ogni età ha la sua parte di infanzia da ricordare con nostalgia. Ognuno ha le sue emozioni e non è che siano maggiori o migliori di altre. Mi piace il termine che hai usato. "... una sensazione di nostalgia dolce, persino al limite del rimpianto!" Conosco molto bene la Puglia e "tutte" le altre regioni del nostro bel paese. Sicuramente anche tu hai i "tuoi" ricordi di quando avevi 5 anni o giù di lì. A me interesserebbe conoscere i tuoi e quelli di altri.

il 16/08/2026 alle 10:11

Agosto e settembre del 1949 appartengono a un mondo ormai lontano, ma nei ricordi di quell’estate sono rimaste immagini di grande freschezza: i prati, i boschi, le ceste colme di nocciole, i rovi carichi di more, le gite, le sagre, il cinema all’aperto e la vendemmia. Era un tempo senza smartphone, internet, videogiochi e televisione in ogni casa. Eppure non sembrava mancare nulla. Le giornate erano piene di cose da fare e, soprattutto, di persone con cui condividerle. Bastava poco per trasformare una giornata normale in un’avventura. La raccolta dei ciclamini sul Cuol è uno degli episodi più suggestivi. La meraviglia davanti a quei fiori giganteschi, così numerosi da sembrare un tappeto, rimane impressa nella memoria. Solo dopo, grazie agli avvertimenti della contadina e alle rimproverate dei genitori, emerge la consapevolezza del pericolo corso. Quel fruscio nell’erba, quel “sssshhh” che allora sembrava insignificante, a distanza di tanti anni assume un significato completamente diverso. La raccolta delle more racconta la bellezza della famiglia intera impegnata nella stessa attività: gli adulti davanti ad aprire un passaggio tra i rovi e tutti gli altri dietro con le ceste. E quelle more enormi, alcune raccolte con pazienza e altre mangiate direttamente sul posto, sarebbero poi diventate marmellata. Anche la gita a San Foca, il passaggio del grande gregge di pecore e le passeggiate in carro e cavallo sono ricordi di una vita semplice, profondamente legata alla campagna e alla natura. Ecco, poi. la Sagra di Malnisio rappresentare, invece, la forza della comunità: la pesca di beneficenza, l’albero della cuccagna, le gare, il tiro alla fune, le biciclette d’epoca, i giochi e, alla sera, la musica e il ballo alla Boschina. Non servivano grandi strutture: era la gente stessa a creare la festa. Anche il cinema in piazza a Grizzo racconta quanto potesse essere prezioso, allora, qualcosa che oggi consideriamo normale. Un lenzuolo come schermo, delle cassette di legno per sedersi, un proiettore e un pubblico disposto persino a pagare con uova, verdura o altri oggetti. E quando la pellicola si rompeva, si aspettava che venisse riparata e lo spettacolo continuava. Che meraviglia! La vendemmia era l’ultimo grande momento della vacanza. Uomini, donne e bambini lavoravano insieme nei filari, cantando da una fila all’altra. Alla sera, la grande tavolata riuniva una quarantina di persone: parenti, amici e la zia Nilde in carrozzina. Ed è proprio allora che nasce il desiderio di avere lì anche tutti gli altri parenti, quelli di San Foca e quelli rimasti a Trieste. Tutti insieme sarebbero stati più di cento. Poi arrivavano i saluti, qualche lacrima e la partenza per Trieste. La vacanza era finita. Ma forse è proprio questo il significato più profondo di questi ricordi: non raccontano soltanto un’estate del 1949, ma un mondo, una famiglia e un modo di vivere che oggi appare lontanissimo. Un mondo fatto di poche cose, forse, ma ricchissimo di tempo condiviso, di natura, di relazioni e di piccole gioie. E la poesia friulana posta alla fine sembra raccogliere proprio questo messaggio: qualcuno continua a correre dopo che la corsa di chi lo ha preceduto è terminata. Forse è anche questo il valore della memoria: finché qualcuno racconta, ciò che è stato continua, in qualche modo, a vivere. Conoscevo il tuo libro, non lo avevo letto completamente… E’ stato bello averlo letto tutto. Complimenti Fabio .Abbracci,

il 16/08/2026 alle 19:41

Lo sai che il tuo commento mi ha commosso alle lacrime? (giuro!) Oltre ad avere colto tutti gli aspetti del racconto hai saputo cogliere anche il finale. Quella poesia in friulano me l’aveva data mia nonna, scritta su di un foglio, quando ero ancora piccolo ed io, ovviamente non ne avevo capito il senso. Tanti ma tanti anni dopo, da adulto, mia moglie che, da parte materna, è di origini friulane, ha fatto la traduzione e, solo allora, lo capii. La corsa e la montagna hanno profondi significati, e… sai una cosa? Ho una nipotina (Ginevra, quella a cui ho dedicato la poesia “A Ginevra (nipotina 2 anni)” prima di lasciare il sito per molto tempo…) che ogni giorno mi sorprende perché, oltre ad altre qualità, capisce cose più lei di un adulto) beh le ho fatto leggere la poesia in friulano con la traduzione. Mi ha guardato stupita: “Motivo?” Io: “Leggi attentamente, poi ti farò una domanda”. Ha preso il foglio e l’ha letto un paio di volte, gli occhi andavano da sinistra a destra, da sinistra a destra... più volte…, alla fine appoggia il foglio e mi guarda in attesa. Io “Adesso dimmi cosa significa secondo te.” Socchiude gli occhi, il labbro superiore si arriccia leggermente… (conosco quello sguardo…) e risponde: “E’ la corsa della vita!” Mi si sono inumiditi gli occhi! Mi mette una mano sulla spalla e: “Tranquillo nonno, tu ce l’hai fatta e sei qui con noi. Correremo insieme per un po’ e poi correrò io per te.” Capisci, Ninetta? non aggiungo altro… anzi no aggiungo che per quelli di Malnisio il monte Fara significa come per Illune il Campanile di Val Montanaia, “urlo di pietra” una presenza sul villaggio sottostante. Mi ha fatto piacere questo tuo commento. Complimenti a te. Anche la tua presenza qui è significativa per tutti noi. Abbracci

il 17/08/2026 alle 14:30