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Pubblicata il 11/08/2026
il mulino
Si trovava a Montereale Valcellina, il paese subito dopo Grizzo. A Montereale c’era anche l’unica Farmacia, aperta due volte la settimana, assieme all’ambulatorio del medico della mutua. Nei giorni di chiusura bisognava andare fino a Maniago (10 km) o Aviano (30 km). Questo per far capire come funzionava la vita a quei tempi…
Beh, dicevamo del mulino… Lo si notava subito perché anche fuori era bianco di farina. I contadini vi portavano il grano ed il mais per la macina, e ricevevano una parte in farina, il resto veniva venduto allo stesso mugnaio, che lo teneva in un magazzino accanto (silo).

quella volta non lo sapevo, ma il vecchio mulino aveva una storia collegata ai Magris di Malnisio.
il Menocchio, mugnaio del luogo (il cui mulino gli venne affittato nel 1595 dagli eredi di un Pietro Magris), uomo «dal cervel sutil», aveva elaborato una temeraria cosmogonia. L' origine dell' universo - diceva - «era un caos di terra, aere, acqua et foco», e quegli elementi erano confusi in una sorta di latte primordiale che si fuse in «una massa come si fa il formazo nel latte», e da quella massa un giorno uscirono, «come i vermi» dal formaggio, «li angeli», e tra gli angeli «ve era ancho Dio». Anzichè puro spirito, Dio era dunque parte della materia vivente. Una simile rettifica della Genesi non poteva che farlo finire davanti all' Inquisizione, che lo condannò alla pena capitale, eseguita poco dopo quella di Giordano Bruno.
ginzburg ne fece anche un libro, in cui riporta anche i testi degli interrogatori del tribunale dell’Inquisizione, e dove il piccolo mugnaio tenne anche testa ai dotti dell’epoca, per qualche tempo, con qualcuno dei suoi ragionamenti.

la latteria
La Latteria si trovava proprio all’ingresso del paese. I contadini portavano con i carri il latte delle loro mucche ogni giorno e ritiravano una parte di “siero”, cioè della parte povera e di scarto della lavorazione del latte. Lo usavano assieme al “formentone” per fare un “pastone” da dare ai maiali. In cambio ricevevano o soldi, o formaggio, o burro. Noi comperavamo lì le forme di formaggio “tipo latteria”
e alla fine della vacanza ci siamo portati a casa, nelle valigie di cartone, due belle forme marchiate a fuoco “Malnisio”.

la boschina
Proprio vicino al canale, nei pressi della Centrale Elettrica, c’era un boschetto con una bella radura nella quale avevano realizzato un campo da gioco dove si giocavano partite di tamburello. Uno sport che allora si giocava a squadre di 3 o 5 giocatori. Il campo era molto grande, perché il pallino, di gomma dura, veniva lanciato molto in alto e molto distante. Una specie di tennis con origini più antiche.
una parte della radura, quella vicina agli alberi, aveva una pavimentazione a gettata e poi levigata come quelle delle cucine (che da noi veniva chiamata “pevere e sal” - pepe e sale) e serviva come pista da ballo.
nelle serate delle domeniche d’agosto allestivano un piccolo palco per l’orchestrina, qualche fila di lampioncini colorati, sedie e tavolini, un piccolo bancone bar, e si danzava. Niente altoparlanti, solo la musica degli strumenti… L’atmosfera era particolare perché le luci non erano forti e,… si vedeva e non si vedeva… il che faceva molto “mistero”.
le ragazze ed i ragazzi, anche dei paesi vicini, arrivavano a gruppi…ovviamente separati… risatine, ammiccamenti… Pochi avevano il coraggio di invitare a ballare le ragazze e quelle poche che ricevevano l’invito poi non avevano il coraggio di accettarlo.
a me fu la Luisa che mi invitò, anzi, mi prese proprio per mano e mi portò sulla pista. Meno male che la luce era poca… così non si accorse che ero diventato rosso come un peperone. Oltre a non saper ballare ero diventato anche un pezzo di legno, perché la Luisa mi piaceva. Che magra figura feci !!!

la centrale elettrica
La centrale idroelettrica “Antonio Pitter” era una delle più antiche d’Italia e anche bella dal punto di vista architettonico. Costruita all’inizio del 1900, usava l’acqua del torrente Cellina che vi giungeva attraverso canalizzazioni in pietra e gallerie. Pensate che vi lavorarono più di 2.000 operai per 5 anni. Entrò in funzione nel maggio del 1905 e fu grazie ad essa che si rese possibile l’illuminazione della città di Venezia compresa la famosa Piazza San Marco in quegli anni.
Situata a ridosso del Monte Fara, si notavano anche dal paese le 5 grosse tubature (in origine erano 8) che portavano l’acqua nella centrale. L’acqua, dopo aver fatto ruotare le turbine usciva nel canale Cellina, molto profondo. Dopo tale confluenza le acque del canale si sommavano a quelle della centrale ed il tutto diventava come un vero fiume, dalla portata possente, tanto che il livello era superiore all’altezza dell’arcata del primo ponte (vedi poesia “il ponte sommerso”) ed era pericolosissimo cadere nel canale, perché la corrente era fortissima e gli argini ripidissimi e senza appiglio alcuno.
Prima di confluire con l’acqua della centrale, il canale, dopo una serie di piccoli salti per interrompere la velocità, si allargava in una specie di laghetto rotondo. Lì il fondale era basso e si poteva anche nuotare, ma guai ad oltrepassare quella zona.

il ponte sommerso
dopo il pranzo,
tutti andavano a riposare,
io invece no,
prendevo "in prestito"
la vecchia bicicletta della nonna
e,
salito sui pedali,
ché non arrivavo al sellino...
girovagavo per le bianche strade
deserte ed assolate del paese.
ancor ricordo l'odor del fieno
e l'assordante frinir delle cicale.
giunto al ponte semisommerso
guardavo affascinato lo scorrere dell'acqua
lento
possente
...e la mia mente
lo associava allo scorrere del tempo.
gettavo un ramoscello
che subito inghiottito veniva
dai grandi gorghi
contavo...
1... 2... 3...
col fiato sospeso......
20... eccolo riaffiorare
e riscomparire...
1... 2... 3...
contavo mentalmente
e trattenevo il respiro...
facendo finta di esser io quel ramo
tante e tante volte
finché non lo vedevo più.
allora di corsa in bici
a perdifiato
per vederlo passare
al ponte successivo.
don Don Don
la campana suonava le tre,
così tornavo
per ripostar la vecchia bici
prima che la nonna si ridestasse...
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