pesca nel torrente
Nel torrente Cellina i ragazzi dei paesi vicini andavano a pescare trote con un sistema davvero singolare… Con una forchetta appiattita !!! Si, proprio così. Incredibile vero? Anche io la prima volta che li ho visti mi ero stupito. Con la forchetta in mano (fatta diventare piatta dopo averla battuta con i sassi) camminavano nelle acque basse dove si formavano delle specie di laghetti e, quando vedevano una trota che andava a nascondersi sotto qualche pietra, piano piano si avvicinavano dalla parte opposta e, lentamente, con una mano afferravano la pietra… indi, rapidamente la scostavano e, contemporaneamente, calavano un colpo di “forchettata” per infilzare la trota. Spesso non riuscivano a prenderla, ma bastava riuscirci un paio di volte per avere una gustosa cena…
io tutto questo l’avevo solo visto e raccontato a casa. Il giorno dopo il cugino Sergio era andato a provare… e tornò con una grossa trota, che quella sera stessa, orgogliosamente, arrostì al fuoco infilata su di uno stecco, mentre noi si arrostiva le solite pannocchie e patate.
gita A barcis (Valcellina)
La Valcellina era una valle che il torrente Cellina aveva scavato nel tempo e fatta diventare una specie di canyon con strettoie ed orridi, una gola tortuosa tra rocce tormentate dalla secolare erosione delle gelide acque. ... Molto spettacolare, ma anche pericolosa. La strada era strettissima e, sotto, scorreva il torrente. Venivano i brividi solo a guardare giù. A quei tempi poteva essere percorsa solo a piedi, in bicicletta, moto o… con i carri a trazione animale…, forse anche un’auto, ma un camion o una corriera non potevano passare perché c’erano alcune strettoie che facevano paura anche a transitarci a piedi... Inoltre d’inverno, col ghiaccio, la strada restava chiusa anche per uno o due mesi.
indovinate con che mezzo noi facemmo quella gita? Si, avete indovinato, con un carro trainato da ben due cavalli… E siccome eravamo in tanti, venne usato uno grande, con ruote di gomma, pneumatici. Al centro una lunga panca, così alcuni stavano seduti mentre tutti gli altri sui bordi con le gambe a penzoloni. Comodo no? Quanti eravamo? Allora… Ciaciu era il conducente, poi c’era la nonna Santina, mamma, papà, mia sorella ed io, poi gli zii Ongaro con la cugina Renata, poi i Favetta ma solo zia Olga e il cugino Sergio, perché lo zio Giacomo era rimasto a lavorare alla costruzione della casetta (poverino, lui non aveva mai partecipato a nessuna delle nostre bellissime gite, si era fatto vedere solo alla sagra del paese e alle riunioni serali), poi c’erano i nostri vicini, i signori Bianchini (quell’ometto piccolo con la moglie grande e grossa che stavolta aveva anche una gamba in gesso perché era caduta da una scala…), e infine una coppia di amici che erano venuti a trovarci: Ettore e Lucilla. In totale 15 persone !!!
partenza al piccolo trotto (Ciaciu stavolta non aveva né fruste, né forconi…). Passammo per Grizzo, Montereale e, invece di attraversare il ponte che portava a Maniago, entrammo direttamente all’imbocco della valle La prima delle gallerie che oggi ovviamente è chiusa come tutta la vecchia strada. All’inizio sia la strada che il canalone erano larghe, ma subito dopo i primi 300 metri cominciò il canyon. L’avventura era iniziata ed io mi sentivo molto eccitato, nonché impaurito…
pareti a strapiombo, strada tutta a curve, nessuna salita però e i cavalli trottavano.
facemmo una prima sosta, non per far riposare le bestie o sgranchirci le gambe, ma perché eravamo arrivati nei pressi di una sorgente di un’acqua ferruginosa che dicevano facesse bene all’organismo. Solo che la sorgente si trovava… sull’altro versante, e, per arrivarci, bisognava attraversare un ponte… fatto di… tavole e corde… Bisognava camminare sulle tavolette e tenersi al passamano di funi. Il tutto oscillava. Inoltre si doveva passare a due, massimo tre persone alla volta, stando molto attenti sia a dove si mettevano i piedi, che certe tavolette erano mancanti, sia a non camminare con lo stesso ritmo, altrimenti tutto si metteva ad oscillare all’impazzata. Se si passava in tre il primo, ad alta voce contava “uno – due – tre”
all’uno faceva un passo il numero uno, al due il due, al tre il tre, e così di nuovo… Questo era il “sistema Ciaciu”, altrimenti si poteva passare uno alla volta, ma ci si metteva più tempo.
le donne e la nonna rimasero al carro con Ciaciu. Volevano che rimanessi anche io, ma volli fare l’eroe… Però che paura ebbi quando mi trovai a metà strada: sotto di me, a una cinquantina di metri il torrente impetuoso…
Dopo questa sosta l’avventura continuò. Sempre pareti a strapiombo, un paio di buie gallerie, ma per fortuna non tanto lunghe. Arrivammo così al bivio per Andreis, un punto suggestivo dove le acque dei torrenti Alba e Molassa si scontravano con quelle del Cellina. I gorghi tumultuosi avevano eroso nei secoli la roccia formando le “marmitte dei giganti”, un fenomeno di erosione.
il paesino, di appena trenta anime, si trovava a un paio di chilometri in una valle cieca. Siccome era un posto bellissimo, ci andammo, attraversando il ponte della Molassa, percorrendo la strada che risaliva l’orrido omonimo. E l’orrido era proprio orrido… ma nessuno osò avventurarsi per visitarlo.
(Si chiamava Molassa perché in quel punto c’era una diga/saracinesca per trattenere l’acqua e, alle volte, la aprivano “mollandola tutta”. Poiché di solito veniva trattenuta per mesi, quando veniva mollata, oltre al fatto che si formava un muro d’acqua che precipitava per l’angusta valle, la stessa trascinava anche pietre e tronchi accumulati e guai a trovarsi giù)
andreis era incastonato in una valle verdeggiante e valse la pena di aver fatto quella deviazione: Muri di sassi, ballatoi di legno scuro, scale esterne erano le caratteristiche inconfondibili dell’architettura della tipica casa “Andreana”. E tanti, tanti fiori su ogni balcone…
Il viaggio riprese… sempre con la strada tortuosa e stretta e, sotto, il torrente impetuoso…
e qui partì l’immancabile “scherzo” di mio padre e dello zio Guido, che, come avevo già detto, erano specialisti in questo campo.
lo sapete che i cavalli (tra l’altro questi che mi ricordo avevano anche i paraocchi, per eventuali abbagli di sole…) corrono tenendo il muso di traverso. Questo per vedere meglio la strada, specie se stretta come nel nostro caso. Orbene mio padre, rivoltosi alla coppia di quei nuovi amici, disse “Speriamo che i cavalli non abbiano sete, perché, se vedono l’acqua, quelli sono capaci di andar giù…”
“Eh si – lo zio Guido aggiunse – per questo gli abbiamo messo i paraocchi…”
non l’avessero mai detto! I due impallidirono di colpo, specie Ettore !
Dopo un po’ ci si fermò. C’era un punto in cui la strada era troppo stretta e il carro sarebbe passato a malapena, col pericolo che una ruota superasse il ciglio. Ma Ciaciu aveva previsto tutto, per cui …tutti a piedi per oltrepassare la strettoia. Lui nel frattempo, con calma, scioglieva i cavalli, prendeva due lunghe corde e le legava una al timone e l’altra alla parte posteriore del carro. Un cavallo davanti ed uno dietro, ma non legati al perno del giogo, solo attorcigliati cosicché se qualcosa non andava, il nodo si scioglieva subito e le bestie non correvano il pericolo di andar giù…
e così, piano piano, con l’aiuto anche di mio padre e dello zio Guido, il carro venne fatto passare indenne e poi tutto ricomposto come prima. Ingegnoso vero? Io mi stupii di tanta astuzia da parte di un contadino e capii che il loro lavoro richiedeva astuzie continue e che non era affatto facile venirne fuori sempre.
dopo l’ultima, stavolta molto lunga, galleria, buia, perché non vi era alcuna illuminazione, arrivammo a Barcis.
un paese incassato tra le montagne, fuori dalla zona canyon, ma su un terreno molto ripido, a pastini. Subito dopo c’erano zone meno scoscese nell’abitato di Arcola e, siccome era già l’ora di pranzo, tutti a fare pic-nic, con tovaglie e i cesti con la colazione. Avevano portato di tutto: salami caserecci, formaggi, pane, fiaschi di vino, frutta, uova sode, melanzane e zucchine impanate, dolci fatti in casa, anche una torta… Era una gioia stare tutti assieme, grandi e piccoli, seduti sull’erba, con le tovaglie e tutto quel ben di Dio da mangiare. I cavalli liberi, tanto non scappavano, mangiavano anche loro: l’erba del prato. Noi giovani cogliemmo fiori, a mazzi. Venne il padrone del terreno. Ciaciu lo conosceva… e lo fece accomodare ed assaggiare il salame e il vino. Si unirono alla compagnia anche la moglie e le due figlie, più vecchie di mia sorella e di mia cugina però. La nonna e zia Jole trovarono dei funghi, che poi mangiarono a casa alla sera, ma non io ché avevo paura potessero essere velenosi…
si giocava, tutti assieme. Naturalmente a grande richiesta si giocò a Padre Macario e stavolta costringemmo a partecipare anche le donne e la famiglia del padrone del campo. Solo la nonna no, ed era logico fosse così, ma si divertì ad osservarci e rideva quando qualcuno, nella foga, ruzzolava a terra.
il padrone del terreno portò da casa una fisarmonica e cominciò a suonare. Nel repertorio c’erano naturalmente canzoni friulane, ma anche classiche, tanghi, ecc… Bastava accennare a qualsiasi canzone, anche non da lui conosciuta, che, con pochi tentativi riusciva a suonarla lo stesso. Mi meravigliò che potesse fare simili cose e, soprattutto non me lo sarei mai aspettato da un contadino. E fu la seconda volta che ritrattai il mio giudizio sui contadini…
il tempo passò velocemente che neanche me ne accorsi. Mi sarebbe piaciuto rimanere in quel bel posto ancora un po’ ma Ciaciu disse che, siccome le gallerie non erano illuminate, era meglio ritornare con il chiaro. Così venne preparato il carro e messi i finimenti ai cavalli. Notai che ogni cavallo aveva vicino a sé un secchio colmo d’acqua....
chi li aveva portati ?
… Ettore !
(1) Il ponte esiste tutt’ora ed è sempre fatto di tavole e funi, ma ora le funi sono di acciaio ed è stabilissimo.
(2) Il vecchio paese di Barcis ora non esiste più, perché hanno fatto una diga ed è stato sommerso dall’acqua. Le nuove case sono state costruite più in alto. E’ stato creato pertanto un lago artificiale dal 1954, dove ogni anno si svolgono anche gare di motonautica. Durante i primi tempi di invasamento rimaneva fuori dall’acqua la punta del campanile della vecchia chiesa e, causa le forti correnti, ogni tanto la campana, che non era stata rimossa, suonava sott’acqua (faceva impressione a sentirla a quel modo…). Col tempo tutte le strutture hanno ceduto, tanto che, quando sono ritornato nel 1988 in un periodo di siccità talmente alto che il lago era stato svuotato quasi completamente, sono rimasto allibito nel constatare che tutto quel che rimaneva visibile erano soltanto i resti di una condotta fognaria e un pezzo di pavimento piastrellato di una casa. Nient’altro !
(3) La strada della Valcellina dopo il 1949 è stata allargata, sono state fatte nuove gallerie e ne venuto un bellissimo percorso naturalistico e panoramico percorribile con gli automezzi nei due sensi di marcia. L’uomo però non si ferma mai, perciò, in seguito, è stato costruito un tunnel lunghissimo che la percorre interamente nel monte ed esce proprio a Barcis, per cui non si vede più nulla.
la strada vecchia è stata chiusa per un lungo periodo perché troppo costoso mantenere il manto stradale e pericoloso per le frane e questa meraviglia non era più visibile. Fino a qualche anno fa veniva aperta per qualche giorno a scopo turistico. Ora mi sembra sia aperto l’ultimo pezzo percorso da una specie di trenino turistico.