Esempi di “scherzi”
le galline ubriache
“Renato. Ti ricordi delle galline ubriache dell’Adinolfi?” così lo zio Guido “imboccava” mio padre, che in genere era l’artefice dello scherzo… e così via, ognuno ad aggiungere un particolare alla storia, tra il divertimento generale…
quella volta avevano versato della grappa nel mangime ovviamente all’insaputa del proprietario. E le galline, ubriache, si reggevano malamente in piedi e camminavano di lato, qualcuna ogni tanto scuoteva la testa… Al che il gruppo degli zii aveva fatto notare lo strano comportamento al preoccupato Adinolfi e mio padre aveva imputato ad una probabile rara malattia (col nome inventato) e che il rimedio era: o ammazzarle, oppure far analizzare le uova al veterinario di Pordenone per trovare la cura adatta.
ammazzarle no, perché ne aveva un centinaio, portare le uova ad analizzare si, ma lui non aveva tempo per andarci, perché tra mungitura, mietitura e altro…
“Non devi andare domani ad Aviano? Da lì puoi andare anche a Pordenone, no?” chiese mio padre allo zio Guido. E così, proprio per fargli un “favore” Lo zio Guido si offrì di portare un cartoccio con le uova per le analisi (Adinolfi gliene diede una trentina). Per 2 giorni continuarono a versare grappa nel mangime delle povere galline e, al terzo giorno lo zio Guido tornò con una “medicina” che era semplice zucchero macinato a velo, da mettere nel pastone.
le galline guarirono all’istante.
l'uva bianca
tutte le vigne erano esclusivamente di uva nera, non esisteva altro tipo di uva da vino a quel tempo, tutt’al più qualche piccolo pergolato di uva fragola. L’uva bianca non esisteva affatto, non ne so il motivo. Forse che era difficile coltivarla, o che il terreno non era adatto… non lo so. Però un contadino, dal carattere caparbio e scontroso, un certo Menio, si intestardì a piantare dei piccoli filari di uva bianca da tavolo. Viveva da solo e se la curava neanche fosse un figlio. Guai a toccargliela e faceva la guardia contro eventuali vandali.
questo fece “ovviamente” scattare lo scherzo di papà e zio Guido.
siccome il Menio ce l’aveva con il suo vicino per problemi di confine, una sera parlarono con lui dell’argomento, raccontando storie, dicerie, supposizioni, proprio sulla questione del confine. Naturalmente la discussione era animata e si beveva vino. Abilmente lo fecero bere e bere, mentre invece loro due, con astuzia, facevano finta, proprio perché erano in due, attirando l’attenzione ora l’uno ora l’altro, e pacche sulla schiena, gomitate, ecc… vuotavano parte del contenuto dei loro bicchieri a terra senza essere visti e rimanendo sobri.
tra le altre cose rivelarono che il vicino aveva accennato che per vendicarsi gli avrebbe rubata l’uva bianca o distrutto addirittura la vigna.
alla fine il Menio era talmente ubriaco che non riusciva nemmeno a stare in piedi e biascicava parole. Lo portarono a casa sua e lo misero a letto, poi subito a tagliare tutti i grappoli di uva bianca e riempirne un paio di sacchi che poi nascosero nella legnaia del Menio.
l’indomani… urla e improperi contro il vicino…
“Ladro, ti denuncio ai Carabinieri, te la farò pagare!!!” e l’altro anche lui a gridare ed inveire.
papà e zio Guido accorsero (erano già all’erta e preparati…) e cercarono di calmarlo, ma quello si infuriava sempre più.
“Scemo… che denuncia… che Carabinieri… Non ti ricordi cosa hai fatto ieri sera?”
ovviamente non ricordava nulla, ma tanto era il suo odio che in quel momento stava quasi per venire alle mani. Allora gli rammentarono che, dopo i discorsi fatti la sera prima, per evitare che il vicino gli rubasse l’uva, lui stesso l’aveva tagliata tutta e nascosta.
“Nascosta? Io? E dove l’avrei nascosta?”
“Boh da qualche parte …” e assieme fecero finta di cercare di qua e di là, finché… eccola qua! Nella legnaia…
menio, tutto frastornato ed inebetito, balbettava “Ma… come… ma…Io?”
“Scemo, eri tanto ubriaco che non ti ricordi nulla. Fortuna che hai degli amici come noi…!!”
(questo scherzo non è stato fatto nel 1949, ma qualche anno prima, ma era diventato un “mito” che ogni anno, durante le cene con tutti a tavola, veniva ricordato, fra le risate generali – eccetto la nonna Santina che “certi scherzi” non li approvava)
la gallina che aveva sempre fame
Lo zio Guido aveva detto al vicino che c’era una gallina del Ciaciu che era sempre affamata e che, anche se fosse stata rinchiusa in un granaio… niente da fare, sempre fame aveva.
“Beh, rinchiusa nel granaio si rimpinzerebbe tanto da non aver più fame…” replicò il vicino.
“Scommettiamo? Te la porto e la rinchiudiamo nel tuo granaio e domattina vedrai.”
il vicino accettò e Guido andò dal Ciaciu, prese una gallina qualsiasi, la portò dal vicino e la rinchiusero nel granaio.
La mattina dopo, aperta la porta la gallina uscì tranquilla.
“Vedi? Che non è affamata?”
“Aspetta e osserva” e Guido prese una manciata di granturco e la gettò a terra.
la gallina all’istante si precipitò a beccare i grani.
“Vedi che ha ancora fame?”
nota: tutte le galline rispondono ad un riflesso condizionato al lancio del becchime…
iil sosia
Mio padre aveva un umorismo tutto particolare e non si riusciva a capire se certe volte facesse sul serio o scherzasse, specie per chi non lo conosceva. Questo scherzo lo aveva già fatto a Trieste a colleghi di lavoro. Qui lo fece al C.R.A.L. di Malnisio.
stava comperando le sigarette quando uno del luogo, un certo Tilio, che tra l’altro abitava in una casa a cento metri dalla nostra e che conosceva tutti noi, entrato anche lui per comprare sigarette, lo salutò: “Ciao Renato, come va?”
mio padre lo guardò ma non rispose.
“Renato, come va?” ripeté sorridendo e gli dette una pacca sulla spalla.
al che mio padre lo squadrò, seriamente, e…
“Cosa vuole?”
“Ma dai. Stai scherzando vero? Sono io, il vostro vicino…”
mio padre, sempre serio serio, scosse la testa e gli disse che di sicuro si stava sbagliando, che lui non lo conosceva.
l’altro insistette per un po’, perché pensò ad uno scherzo, ma poi, visto l’atteggiamento di mio padre, che proprio dimostrava di non conoscerlo affatto, alla fine gli chiese anche scusa, ma gli assicurò che era proprio proprio identico alla persona che lui conosceva, ma proprio preciso, persino nell’atteggiamento…
mio padre continuava sempre con la sua indifferenza, poi salutò ed uscì.
tornato a casa, si cambiò di vestito e si mise seduto a leggere il giornale all’ombra sotto la pergola dell’uva.
pochi minuti dopo arrivò il vicino di casa, guardò mio padre e gli fece:
“Renato, una cosa incredibile…”
“Ah Tilio” gli rispose “Mi servirebbero ancora per un paio di giorni le forbici per potare che mi hai prestato, perché non ho ancora finito, scusa.”
“No, no, Renato fai con comodo, non sono venuto per quello…”
e gli raccontò il fatto, dicendo che quello che aveva visto era proprio uguale uguale a lui.
e mio padre dimostrò stupore e anche incredulità che fosse proprio uguale-uguale… una differenza ci sarebbe stata… Dai…. Era impossibile… Dai…
insomma…
una giornata nei campi
Una volta mi chiesero se avessi voluto passare la mattinata assieme a Ciaciu, nei campi. (Ciaciu era uno dei numerosi fratelli dello zio Giacomo, quello che si costruiva la casetta… un parente/contadino dei Favetta, che abitava a Malnisio). Dissi subito di si, ma non potevo sapere che di li a pochi minuti me ne sarei pentito amaramente.
Tutto contento salii accanto a Ciaciu sul carro, trainato dall’asino.
“iiiih-haaa” partenza… E giù un colpo di forcone (per fortuna dalla parte ricurva, non dalle punte…) sulla groppa del povero asino che iniziò la corsa. Stavamo andando nei campi di sua proprietà, tutti a vigna, granturco, frumento ed erba, e l’asino correva veloce, ma…
“iiiih-haaa” e giù di forcone… e così ogni trenta secondi, massimo un minuto.
ero impietrito !!!
e solo allora mi accorsi che la groppa dell’asino era tutta striata di cicatrici, addirittura una sopra l’altra…
timidamente chiesi:
“Ciaciu, ma perché lo bastoni? Sta pur correndo no?”
“Ehhh si vede che tu sei di città. bisogna trattarli così, sono testardi.” fu la risposta, e continuò finché arrivammo al campo, finalmente, ché non ne potevo proprio più.
avevo un groppo in gola e mi trattenei dal piangere.
la scena al Macello mi aveva turbato di meno. Lì “pam” e… tutto finito, qui invece bastonate e bastonate di continuo…
ciaciu si levò camicia e canottiera e, a torso nudo, si mise a falciare l’erba sotto il sole cocente. Io curiosai attorno. Nei solchi del campo di granturco vidi un grillo scomparire in un buco nel terreno. Mi appostai e, dopo qualche minuto eccolo uscire… Bellissimo, tutto nero lucido, con le antenne. Ma… il mio pensiero tornava sempre al povero asino… che ora se ne stava li, buono buono, a brucare l’erba.
non ce la facevo a rimanere, così inventai una scusa e dissi a Ciaciu che avevo mal di pancia e che dovevo andare al gabinetto. Allargando le braccia mi fece capire che potevo andare dove volevo, a scelta, ma io dissi che mi vergognavo e che volevo tornare a casa, ma che ci tornavo da solo, tanto conoscevo la strada. Non fece obiezioni mi disse solo di fare attenzione. Così me ne andai, ma feci un giro lungo, per far passare il tempo e far finta di aver passato la mattinata con Ciaciu.
Il Ciaciu sembrerebbe un personaggio cattivo, invece era una persona con molto cuore che non ci pensava due volte a fare un sacrificio per aiutarti se ne avevi il bisogno. Era grezzo perché non aveva frequentato la scuola, ma il suo cuore era davvero grande e con i bambini aveva una pazienza incredibile. A me aveva fatto vedere la stalla con le mucche, mi aveva mostrato come si mungeva, mi aveva messo a cavalcioni su di una mucca, mi faceva dare da mangiare ai conigli, i piccoli me li faceva accarezzare, e così anche con le caprette, con le galline e i pulcini. Mi aveva mostrato i vari attrezzi e spiegato a cosa serviva l’aratro, l’erpice… ecc… ché quella volta non avevano ancora trattori, ma facevano tutto a forza animale e umana.
la chiesa E il CAMPANIle
Malnisio aveva una Chiesa molto grande con accanto un campanile altissimo, come quello dei film di Don Camillo per intenderci. E, come nel film, c’era una divisione tra gli abitanti. La maggioranza delle donne andava in chiesa alla domenica. Una parte di uomini no, ma… quando c’era un battesimo, un matrimonio… anche gli “uomini duri” sottostavano a tali celebrazioni. Era l’estate del 1949, e, quando nel 1952 vidi per la prima volta il film di Don Camillo e Peppone, beh fu come vedere, in parte, lo spaccato di come era la vita nel nostro paesino e il parroco addirittura per certi versi assomigliava nei modi a Fernandel.
il suono delle campane regolava la vita ed i ritmi degli abitanti. L’orologio non era affatto necessario. Una campana segnava, con i suoi tocchi, i quarti d’ora, l’altra, dal suono più basso, le ore. Assieme facevano scampanio festoso per chiamare alla messa, oppure con suono lento e greve, suonava a morto per segnalare un funerale.
il C.R.A.L.
Era uno “spaccio”. Unico negozio del circondario. Vi si vendeva un po’ di tutto, giornali, sigarette, carta, quaderni, spago, escluso carne, latte e formaggi, uova, salumi, farina, frutta, quelle cose ogni contadino ne aveva di suo e, se gli mancava, faceva scambio con gli altri…
però avevano la cioccolata, anche se erano soltanto ed esclusivamente quei grandissimi quadratoni che bisognava spaccare con coltello e martello, e caramelle, e qualche giocattolo.
a me attirava assai una pistola ad acqua: una specie di peretta di gomma a schizzo. E tanto feci che alla fine me la comperarono. Subito mi scattò un complesso di colpa per aver fatto spendere ai miei genitori una cifra eccessiva: 70 lire !!! Mia nonna capì subito il perché del mio viso cupo e serio ed allora mi chiedeva di spruzzarle ogni tanto i piedi per rinfrescarla che aveva tanto caldo. E quando lo facevo sorrideva e mi diceva: “Grazie, meno male che ci sei tu, altrimenti morirei.” E così sentivo che i soldi non erano stati buttati e che ora avevo anche un incarico importante.