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Pubblicata il 10/08/2026
il macello
non c’erano comodità, quindi niente frigo. La cantina era un luogo fresco ed adatto per conservare formaggi e salami, il burro bastava metterlo in una vaschetta di acqua, ma la carne bisognava comperarla fresca e cucinarla subito, specie d’estate.
nel paese vicino, Grizzo, c’era il macello, e mio padre un paio di volte alla settimana mi ci portava alla mattina presto sul piccolo sellino con la sua mitica bici.
a comperare fettine di carne? No. La carne costava troppo. Noi si comprava il fegato.
la macelleria comunque aveva un suo frigo a barre di ghiaccio.
e così ho assistito per la prima volta in vita mia alla scena dell’uccisione e macellazione di un manzo. Scena molto crudele, ma la carne che si mangia proviene sempre da animali che vengono ammazzati se si vuol avere cibo… inutile nascondersi e far finta di niente. Ogni volta che mangiamo carne significa che un’animale è stato soppresso.
la bestia veniva tirata a forza al centro del mattatoio con delle funi che scorrevano in anelli fissati alle pareti. Il manzo si impuntava e muggiva, perché percepiva l’odore del sangue, anche se il pavimento e le pareti erano state lavate in precedenza… In più i suoi occhi erano sbarrati… Confesso che a 5 anni mi fece impressione, ma… capivo che era necessario…
così, dopo averla bloccata con i quattro anelli, il macellaio, che indossava un paio di stivali ed un grembiule di tela gommata le si avvicinava con in mano un attrezzo (ho saputo che era una pistola a percussione) ed un martello. Appoggiava l’arnese sulla fronte dell’animale e con il martello ci dava un colpo.
bang!!! Una secca esplosione e l’animale stramazzava a terra morto all’istante.
Con velocità sorprendente l’uomo, utilizzando una serie di piccoli coltelli molto affilati e ognuno con una forma particolare, cominciava a tagliare…, iniziando dal ventre. Incredibile la facilità con la quale in pochi minuti l’animale veniva scuoiato, sviscerato, appeso per le gambe posteriori usando carrucole, recisa la gola e fatto defluire tutto il sangue a terra. Dio mio! Litri e litri di sangue, che scorrevano nel canale centrale e sparivano in un piccolo tombino.
era abilissimo nel suo lavoro e, dopo aver aperto il torace in due parti, separava cuore, polmoni, fegato… ecco noi eravamo lì proprio per il fegato…
arrivava infine un suo collega che prendeva i pezzi man mano che venivano estratti e li portava nella bottega della macelleria. Anche lui era abile nell’ ulteriore taglio, nell’eliminazione degli scarti, ecc… e mentre ci incartava il tanto atteso fegato, intravedevo, attraverso lo spiraglio della porta sul mattatoio, l’altro che continuava alacremente a dividere lombi, cosce, filetto, costate, segare ossa…
noi si ritornava a casa in bici dove le donne ci stavano aspettando…

la moria di polli
una settimana dopo essere arrivati, una bruttissima notizia per quelli della zona, ma per me invece proprio il contrario! Già nei paesi vicini si era propagata una malattia al pollame, per cui dovevano ammazzare galli e galline quando erano ancora sani, poiché se morivano per questa malattia le carni non si potevano mangiare perché infette.
per la mia grande gioia da allora, per tutto il mese, ogni giorno, avevamo pollo a tavola !!!! A pranzo e talvolta anche a cena. Da notare che a quell’epoca (1949) il pollo era cibo da ricchi e lo vedevamo solo per Natale e qualche altra rara occasione !!!

la cucina
Era il regno delle donne (o la schiavitù) perché per la maggior parte della mattinata ci stavano per preparare il pranzo. (mentre noi fuori si giocava e ci si divertiva). Naturalmente si cucinava a legna e d’estate era un vero patimento stare accanto al fuoco. E anche le mosche davano fastidio, nonostante i numerosi rotoli di carta moschicida appesi attorno alla cappa. Si dividevano i compiti. La nonna Santina sgranava i piselli o pelava le patate, mia madre faceva gli arrosti e la pasta, la zia Jole era specializzata per la polenta, preferibile la bianca a quella gialla… e ci voleva una gran forza a rimestarla. Il paiolo era molto grande, di rame, che poi bisognava pulire alla fine, dopo aver levate le “croste” che anche quelle si mangiavano. Loro le mettevano nel latte a colazione, a me piacevano così, da sgranocchiare. Insomma avevano molto lavoro, per forza… eravamo in undici…, e talvolta anche di più se vi erano ospiti… Il paiolo era appeso con delle catene sotto la cappa del camino. Per prenderlo e rivoltare il contenuto sul disco di legno ci voleva la forza di un uomo però. Ancora mi ricordo con piacere la scena della polenta fumante rovesciata e tagliata a fette con il filo di cotone…
altrimenti si cuoceva il pane e allora si usava un piccolo forno esterno fatto con una specie di cassone di latta appoggiato a dei mattoni.
per mangiare non bastava un solo tavolo e noi giovani ne avevamo uno piccolo, a parte, tutto per noi.
dopo la prima settimana di tortura si decise di fare una colletta per comperare un bollitore a gas a tre fiamme con bombola, perché il calore in cucina era infernale anche con le finestre aperte. E le donne apprezzarono molto.

il GElato
Ogni giorno, verso le 13.00, proprio dopo aver pranzato, attendevamo con ansia il suono di una trombetta che segnalava l’arrivo del gelataio. Correvamo in strada dove c’era uno con una bici/carretto a tre ruote che vendeva i gelati. Un cono 5 lire. Gusti: vaniglia o cioccolato. Che domande… Cioccolato no?
in città, a Trieste, lo stesso suono con la stessa trombetta lo faceva il netturbino che veniva a ritirare l’immondizia, così io, dopo quella favolosa vacanza, tornato a casa, quando sentii il suono della trombetta mi precipitai giù per le scale con le 5 lire e… rimasi molto male nel vedere il netturbino… In un mese avevo completamente dimenticato le vecchie abitudini…

aLla sera
Mentre durante il giorno l’aria era a volte insopportabile perché il caldo veniva dalla pianura afosa, dopo il tramonto invece, pian piano cominciava a calare l’aria fredda dalle montagne vicinissime, ed allora tutti fuori a prendere il fresco, uomini, donne e bambini.
si chiacchierava seduti sul bordo del marciapiede che circondava la casa. Una sola luce esterna, di poche candele, davanti alla porta di ingresso illuminava a malapena i nostri visi. All’interno si lasciavano aperte tutte le finestre per far entrare l’aria fresca e le luci spente per non far entrare i “musatti” (le zanzare). Era bello chiacchierare. Io in genere parlavo poco, ma mi piaceva stare ad ascoltare gli altri.
si ascoltavano con attenzione i discorsi dei grandi, che raccontavano storie ed avvenimenti del passato, di vecchi ricordi, di com’era ancora più difficile la vita. Ma raccontavano anche cose allegre. Le mie preferite erano quelle di scherzi fatti ad altri personaggi del luogo, evidentemente un po’ tonti. (vedi esempi sottostanti)
si arrostiva qualche “panocia” (pannocchia di granturco) sulla brace e, sotto la cenere si metteva anche qualche patata.
le strade non avevano illuminazione per cui, se non c’era la luna, il buio era totale e bastava alzare lo sguardo per vedere…
dio mio !!! una miriade di stelle…e…la Via Lattea… uno spettacolo indescrivibile !!! Quel chiarore evanescente… era veramente “intravedere” l’Universo… un inizio di un Universo infinito.
e… una sera, altro miracolo !!!
sopra i campi migliaia di lucciole, dappertutto. Un’atmosfera irreale, un tenue palpitare, una magia… spettacoli come questi ti facevano restare a bocca aperta e sentire piccolo piccolo.
Inoltre, la luna illuminava tutto il paesaggio e il monte Fara con la cima bianchissima lo dominava. Con la luna piena potevi andare in giro in bicicletta anche senza la luce della dinamo, e… se non c’era la luna… anche le stelle e la Via Lattea riuscivano ad illuminare e rendere magico il paesaggio. Incredibile ma vero. Quella volta era normale ma ci si stupiva lo stesso per queste cose più grandi di noi.
Sul tardi si rientrava a casa e si celebrava il rito per andare a dormire. Si chiudevano tutte le finestre per non far entrare le zanzare e si accendevano le luci, ci si metteva la camicia da notte e… con una scopa con manico lunghissimo si ammazzavano i “musatti” che stavano sul soffitto. Con tale operazione immancabilmente si macchiava il soffitto di sangue ma ciò non costituiva nessuna tragedia: si sarebbe imbiancato quando… beh quando si sarebbe ri-imbiancata la casa… Poi si spegnevano le luci e si riaprivano le finestre leggermente accostate per fare entrare la fresca aria notturna che scendeva dalle pendici della montagna … e, stanchi della giornata intensa passata, si dormiva. Io un poco stentavo a prender sonno perché mi avevano dato un lettino con il materasso imbottito di foglie di granturco che “scrocchiavano” ad ogni mio movimento (mia sorella e la cugina invece avevano materassi di crine…) e si sa quanto sia difficile per un bambino rimanere “fermo”… Comunque, quello che per me sembrava lungo ed interminabile in realtà erano solo pochi minuti e poi… dormivo come un angioletto. Il fresco della sera era assicurato dalla vicinanza della montagna. Quelli che abitavano più lontani non godevano di questo privilegio.
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Bel racconto, ma commenterò all'ultimo capitolo.

il 15/08/2026 alle 14:22