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Pubblicata il 08/08/2026
le strade
la strada che attraversava il paese era strada bianca, gessosa, e così pure quelle degli altri paesi. Non c’erano auto che passavano a quel tempo, ma soltanto la corriera, due volte al giorno, e sollevava una gran nube di polvere che imbiancava tutte le piante vicine alla strada. Solo la piazza era un poco lastricata, con pietre tutto attorno alla fontana, e il sagrato, davanti alla chiesa, era fatto con grossi ciottoli tondi di fiume.
poi c’erano le stradelle che collegavano case e campi ed erano molto strette…per qualcuna poteva passarci un carretto, ma per altre vi era a malapena lo spazio per una bicicletta o per transitare a piedi.

la BICICletta
era il mezzo di locomozione che tutti avevano. Io no, dovevo adoperare quella della nonna, e solamente stando sui pedali, ché non ci arrivavo al sellino. Erano tutte vecchie e arrugginite. Mai vista una nuova fiammante… A volte mio padre mi portava sulla sua gloriosa vecchia bici da corsa sul cui manubrio aveva sistemato un piccolo sellino…e mi sentivo “importante” a girare così.

la botte con L’acqua
come già detto a quel tempo non c’erano le comodità moderne e tantomeno l’acqua corrente per cui si andava a prenderla alla fontana, in piazza.
i contadini, che possedevano o un somaro o una vacca, ci andavano col carro trainato da animali. Noi invece avevamo un carretto a mano con una botte di circa un centinaio di litri e, non avendo animali di alcuna sorta, lo trainavamo a forza di braccia, tutti assieme (eccetto le donne). Per me era un divertimento. La piazza con la fontana distava solo un centinaio di metri e la strada era in leggera discesa e con la botte vuota bastava anche una persona sola… Arrivati in piazza bisognava aspettare il proprio turno. Era sempre affollato perché ai contadini serviva l’acqua per le bestie e anche per irrigare l’orto. E pensare che a due passi scorreva il canale Cellina, profondissimo e sempre colmo, proprio di fianco al paese… ma, non so per quale motivo, non si poteva usare quell’acqua neanche per irrigare i campi… Proibito.
si riempiva la botte fino all’orlo e poi, via… tutti a spingere fino a casa… C’era un piccolo dosso all’ingresso, a scavalcare il fossato laterale della strada, per cui, arrivando in prossimità dell’handicap, al comando “forza, tutti assieme ora!” dello zio, le ragazze (mia sorella e mia cugina) si facevano da parte e “noi” (bello quel noi fra virgolette, perché mi sentivo fiero di far parte anche io dei “grandi”…)… si spingeva a più non posso accelerando la corsa per scavalcarlo di traverso e poi rapidamente girare per entrare nel cortile… Se la manovra non veniva fatta nel modo giusto carretto e botte si sarebbero rovesciate.
veniva infine posteggiato sotto una pergola di uva fragola, così l’acqua restava bella fresca. Serviva per bere, per cucinare, per lavarsi…
col passar del tempo eravamo diventati sempre più abili, tanto che lo facevamo senza grida di comando.
ah… dimenticavo… il tappo era costituito da un “torsolo” di pannocchia di granturco.
non so come facessero le donne… per me è rimasto un segreto e non ho mai chiesto… ma noi “uomini” si metteva l’acqua in un catino/tinozza a scaldare al sole e poi ci si lavava col sapone dietro una specie di muretto che serviva a nasconderci alla vista… e ci si risciacquava, poggiando i piedi sopra due grosse pietre…Una cosa che mi dava gran fastidio era camminare a piedi nudi sull’erba, figurarci poi con i piedi bagnati… brrr… mi vengono i brividi al solo ricordarlo.
l’acqua al massimo durava due giorni.
il bucato lo facevano le donne portando i panni in piazza, ché a fianco della fontana c’era anche un lavatoio con otto vasche di pietra, concava, a furia di strusciarci i panni...

lavori di pitturazione
come avevo già accennato la casa non era ancora completata, e, tra l’altro, gli infissi non erano ancora stati pitturati, così, durante i primi giorni di villeggiatura tutti gli “uomini”, armati di pennello e vernice bianca (smalto ad olio…) erano chiamati a pitturare i telai, le finestre e gli “scuri” (le imposte). A me avevano assegnato il compito di pitturare la “moschera” (una specie di piccolo armadio pensile con le ante di rete, per riporre i cibi al riparo delle mosche).
si doveva dare due mani a tutto quanto, ma…. Io ne detti solo una… perché “avevo abbondato” talmente che non si asciugava più. Mentre gli altri al terzo giorno avevano già finito tutto e rimesso al loro posto sia le finestre che le ante, il mio lavoro ci mise ben una settimana per asciugarsi…
però era “laccato” alla perfezione… e… non sarebbe stato necessario ridipingerlo per anni ed anni.
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Chiedo scusa per le maiuscole...

il 08/08/2026 alle 22:21

Bel racconto, ma commenterò all'ultimo capitolo. Per le maiuscole, il trucco me l'ha spiegato qualche giorno fa Sir Morris: quando vai a capo, prima della maiuscola iniziale metti uno spazio, che il sistema trasforma in minuscole le lettere che trova all'inizio delle righe, quindi in quel caso farebbe il minuscolo dello spazio iniziale vuoto (che neanche appare dopo la pubblicazione) senza più toccare il secondo carattere, che è la nostra maiuscola iniziale. Funziona, peccato che mi capita ancora di dimenticarmene :D

il 15/08/2026 alle 12:59

Grazie ioffa. Ho provato con lo spazio ma non ha funzionato sempre. L'anteprima dovrebbe essere una vera anteprima ma non lo è. Inoltre, andando a vedere cose vecchie postate e pubblicate tanti anni fa (sia mie che di amici) trovo alcuni errori di parole scritte male che non c'erano. Ho pensato che potrebbe essere un difetto del sistema di resettaggio automatico in uso da questo sito, ma non so se sia possibile questa mia ipotesi perché non sono esperto di informatica.

il 15/08/2026 alle 16:27