PoeticHouse - Il Portale dei Poeti e della Poesia
Pubblicata il 05/08/2026
Agosto/Settembre 1949. Un periodo di vacanze estive viste con gli occhi di un bambino di 5 anni.

malnisio (Malnìs)
un paesino situato all’imboccatura della Val Cellina, proprio ai piedi del Monte Fara. Una fila di montagne e poi tutta pianura fino al lontano mare, nessun colle in mezzo, solo un piccolo rilievo al di là del paese (al massimo una trentina di metri di altezza) chiamato “el Cuol” e letteralmente coperto di nocciole… Una chiesa con un alto campanile a fianco, una ventina di case, il resto campi a vigna e granturco. Nessuna strada asfaltata, niente acqua di rubinetto, due soli lampioni, e la corrente veniva dalla centrale elettrica, una delle prime costruite in Italia, ora monumento nazionale. Si cucinava a legna… Ora case e ville sono tante e tante, strade principali e secondarie tutte asfaltate ed illuminate, acqua corrente anche per irrigare i pochi campi che restano o i prati e i giardini delle ville. Tutto moderno… anche un albergo e locande.
ci andavamo tutti gli anni a fine estate, assieme ad alcuni parenti, ospiti in una casa appena costruita da amici di famiglia: gli Ongaro.
ah… il motivo? Eravamo tutti originari di quel paesino… Tutti i Magris, Ongaro, Favetta, Alzetta, ecc… ancor prima dell’epoca napoleonica hanno abitato quei posti per poi spostarsi verso le città…

l’ arrivo
partiti da Trieste ci si arrivava dopo aver cambiato ben tre treni, e, siccome nel ’49 Trieste era Territorio Libero sotto l’Amministrazione Anglo-Americana (zona “A”), subito c’era la fermata per la Dogana, ispezione delle valige e documenti… Già, per entrare in Italia ci voleva il passaporto… Comunque per me quello era un divertimento, perché era la prima volta. Ovviamente 3a classe, carrozze con i sedili di legno (a listelli)… tutto emozionante: la partenza a scossoni per via del “lasco” tra i vagoni… l’incontro con un altro treno in direzione opposta… mammamia che paura… ritraevo subito la testa dal finestrino… il passaggio in galleria…. Man mano che stavamo per arrivare le montagne si facevano sempre più vicine e alla fine la “nostra” fermata, con gran stridio di ruote sui binari, alla stazione di Grizzo, il paese confinante con Malnisio.
appena scesi sentivo subito la differenza di “odori”… quello del fieno misto a fiori di camomilla e del… letame di mucca.
avevamo tre valigie, di cartone con gli “spigoli” rinforzati: una grande di mamma e papà, una media per mia sorella ed infine la mia, ovviamente piccolissima. La valigia della nonna era di vimini.
papà, che conosceva tutte le persone dei paesi vicini, si faceva prestare un carretto dalla famiglia del capostazione, vi caricava sopra le valigie e, con mia somma gioia, caricava anche me, e, poiché la strada era in leggera discesa, con una passeggiata di 300 metri, si arrivava comodi comodi alla casa, giusto in tempo per l’ora di pranzo.
c’erano già la nonna, gli zii, i cugini e le cugine. Dopo i saluti, prendevamo possesso delle stanze.
attraverso i campi una bimbetta bionda (poi ho saputo che era la cuginetta Luisa, figlia dei Magris di Monfalcone) accompagnata da Lilla, una cagnolina a macchie bianche e marroni, piccola e vivace che le saltellava accanto, veniva a darci il benvenuto portando un mazzolino di fiori. Era molto disinvolta la Luisa e parlava con tutti, io rispondevo solo “ciao” ché ero timidissimo…
mamma e papà avevano una stanza tutta per loro al piano di sopra, io invece una cameretta al pianterreno assieme a mia sorella Bruna e la cugina Renata. I padroni di casa, zio Guido e zia Jole, nella seconda camera al piano di sopra, mentre la nonna Santina aveva una cameretta tutta per se. Gli altri zii, i Favetta, cioè zio Giacomo e zia Olga con mio cugino Sergio, venivano nella casa solo per pranzo e cena e per stare assieme. Dormivano nella propria che lo zio Giacomo e suo fratello Gianni stavano costruendo. Ogni anno passava le ferie a sgobbare sotto il sole cocente per costruirla. Dormivano nella cantina che era l’unica parte coperta. Mentre noi tutti ci si divertiva, lui a sgobbare, sempre a sgobbare… ma non se l’è mai goduta quella casa…. perché quando l’ebbe terminata… morì. Me lo ricordo sempre tutto sudato, a torso nudo, ma felice, con gli occhi colmi di soddisfazione a veder “crescere” ogni giorno la sua “opera”… una gran bella villa a 2 piani, con il tetto sfalsato, poggioli e porticato anteriore e posteriore, cantine e autorimessa sul retro…, davvero invidiata da tutti i vicini.

la casa
la casa dove alloggiavamo non era ancora completata nella sua costruzione, ma il più era stato fatto, i mobili erano tutti recuperati o di seconda mano, madie e cassettiere di legno perlopiù tarlate…
il gabinetto era esterno e ci mancava ancora il tetto… per cui, se pioveva, bisognava andarci con l’ombrello. Per fortuna era estate e non è piovuto quasi mai, ma a me faceva un po’ impressione entrarci…. Dentro c’era una tavola di legno grezzo con un foro, che per me era “troppo” grande ed avevo sempre paura di caderci dentro, proprio sopra il… letamaio. Dio mio quante mosche… In campagna quella volta era così. Per pulirsi si usava la carta di giornale o le foglie di vite…
al balcone mancava la ringhiera e così pure alle scale che portavano al piano superiore e alla soffitta. Anche il cancello di ingresso ed il muro verso strada non erano ancora costruiti. Sul retro c’era un ampio spiazzo che noi si usava per giocare (tutti quanti, sia adulti che ragazzi, eccetto le donne… - non ricordo di averle mai visto giocare…-) poi un campo lunghissimo con filari di vite e coltivazione di granturco. Alla fine dei campi un piccolo sentiero e poi un altro campo, speculare, con la casa degli altri Magris, quelli che abitavano a Monfalcone, quelli della Luisa per intenderci. A lato la casa dei vicini, una coppia davvero strana: lui piccolo piccolo e lei grande e grassa, ma si volevano un gran bene e, spesso, partecipavano alle nostre gite o feste.
dall’altro lato il muro del… cimitero! Io ero il più piccolo e i cugini, tutti più grandi, mi terrorizzavano con storie di fantasmi… e questa era l’unica cosa negativa di tutto quel bellissimo periodo.

i giochi
si giocava nel cortile assieme a papà e gli zii, e, se si giocava a squadre, si faceva i piccoli contro i grandi.
giochi semplici, con quello che si trovava. Bastavano dei sassi piatti (“lavre”) per giocare al “morto” In pratica i sassi erano al posto delle bocce, solo che se riuscivi a mettere il tuo sasso sopra quello dell’avversario, lo eliminavi perché così era morto.
nascondino. Beh chi non lo conosce… E lì c’era un mistero… Vincevano sempre gli zii. Eppure eravamo più veloci. Molti anni dopo mio padre mi svelò l’arcano: quando a stare sotto toccava ad uno di loro, l’altro entrava in casa e saliva sul poggiolo e osservava dove tutti si erano nascosti, poi scendeva giù, si faceva prendere per primo e gli raccontava tutto. E allora, con calma, senza neanche venirci vicino “Fabio, ti ho visto, dietro la botte… - Bruna, vista, dietro il gelso… Sergio, dietro il carro… ecc…” Naturalmente per ultimo rimaneva l’altro zio che vinceva. Adesso capisco perché mentre noi ragazzi contavamo fino a 100 velocemente per poi correre a cercare… loro invece lo facevano lentamente lentamente….
erano dei gran mattacchioni e si divertivano a fare scherzi, e c’era sempre molta allegria.
poi si giocava a pallacordino con una fune stesa tra due alberi.
ma… il gioco più divertente era “Padre Macario”.
su di un’area delimitata (nè troppo grande nè troppo piccola ad esempio 4 mt. x 4 mt.), Padre Macario, munito di un fazzoletto arrotolato a forma di manganello, saltellando a gamba “fasùl”, cioè su una sola gamba, rincorreva gli altri, che potevano correre con tutte e due le gambe, ma, causa lo spazio ristretto, se abilmente eseguiva rapidi spostamenti di direzione in modo da “ammassare la mandria”...quando colpiva col fazzoletto qualcuno questi diventava a sua volta “assistente di Padre Macario” ed anche lui, allo stesso modo, cioè a “gamba fasùl”, andava a caccia degli altri.
l’ultimo ad essere colpito diventava il nuovo Padre Macario.
la difficoltà era iniziale, dopo aver catturato uno il gioco si concludeva in pochissimo tempo ma l’ultimo ad essere preso era veramente il più bravo e veloce.
una volta sentii mia nonna che diceva a mio padre:
“No. No. Renato. Non col sasso!”
questo perché mio padre metteva un piccolo sasso nel fazzoletto… naturalmente non era per noi ma per gli altri zii…
nota: Da poco sto facendo delle ricerche su “Giochi e passatempi dall’antichità ad oggi” ed ho scoperto che questo era un gioco antichissimo. I Greci avevano dato a questo gioco il nome di empusa, divinità spaventosa e deforme, che aveva un piede di bronzo e pertanto era “handicappata” e si spostava saltellando solo su di un piede, cioè a “gamba fasùl”...

avevo cercato di costruire un’altalena… ma non avevamo alberi adatti… tutti ancora piccoli, piantati da poco.
  • Attualmente 4.66667/5 meriti.
4,7/5 meriti (3 voti)

Di Malnisio e d'altri paesi della fascia pedemontana ho esperienze anche piuttosto recenti, in cui tutto sembra come qualche decennio fa tranne che per l'odore "del fieno misto a fiori di camomilla e del… letame di mucca." Quello ormai non si incontra più, tranne in qualche malga isolata, più verso le montagne... era bello, a modo suo!

il 08/08/2026 alle 18:07

Bel racconto, ma commenterò all'ultimo capitolo.

il 15/08/2026 alle 12:52

Grazie ioffa, ho postato a capitoli perché pensavo che altrimenti sarebbe stata pesante la lettura.

il 15/08/2026 alle 16:12

Grazie Illune della visita, considera che i miei "decenni" sono più di "qualche"...

il 15/08/2026 alle 16:16