Vagano ombre per l’immensa rena,
spinte da un flato che la polve alza,
e ’l faticoso pie’ per l’aria pena.
Son figli persi su la duna balza,
che cercano il lor padre e nol discernono,
mentre l'angoscia riarsa li incalza.
A tentoni nel vuoto essi s’internano,
senza veder colui che da lontano
muto li mira ove i passi s'alternano.
Né giunge voce in quel deserto immane,
ché ’l vento inghiotte il grido e l’orma cela;
sol la pazienza al fermo cor rimane.
Un vago istante al fin l'ombra si svela,
e ’l compimento al lungo viaggiare
sarà ristoro che il dolor rivela.
Ciechi procedono e ’l calor fa sfare,
stracciano il velo di quel groppo atroce,
senza la patria terra mai toccare.
E ’l padre stante, ove ’l destin lo cuoce,
guarda il dolor che la tempesta induce,
e immobile la sconnosciuta voce
attende, e il giorno che la foschia adduce
il ricongiunto stringere di mani,
ove la via più lieve li conduce.
Ma nell’attesa dei millenni umani,
resta la roccia nella fonda landa,
salda al soffiar degli aquiloni immani.
In quell’abisso ove non luce manda
la luna, vanno i fantasmi incerti,
mentre il destino la speme gli tramanda.
Par che la sponda gli orizzonti inverta,
sebbene il piede contra il turbine muova,
e la traccia sparisc’entro la colma aperta.
Nessun di loro la mia rupe trova,
ché la caligine gli sguardi serra;
eppur la fede dentro il petto è nuova.
Io non mi muovo in questa muta terra,
fatto colonna nella marna ardente,
ch'a poco a poco la cenere afferra.
Sia lungo il corso e l'evo sia docente:
ché ’l fin supremo di questo alto errare
sarà mercede a quest’alma paziente.