La volpe e il piccolo orso- prima parte.
nella radura, da giorni, l’aria aveva cambiato odore.
non più soltanto resina, pioggia e muschio.
ora c’era dentro anche la paura degli uomini.
l’Orsa Bianca era scesa troppo vicino al villaggio. Affamata, inquieta, stanca dopo il parto. Aveva sfondato un recinto di galline, rovesciato botti, spaventato un cane che aveva abbaiato tutta la notte. Poi si era sparsa la voce che un pastore fosse stato ferito lungo il sentiero delle cave.
da quel momento gli abitanti non parlarono più dell’orsa come di una creatura del bosco.
la chiamavano “bestia”.
un gruppo di uomini si organizzò subito: corde, fucili, torce e carri. Alcuni volevano abbatterla. Altri sostenevano che fosse meglio catturarla e venderla a uno zoo lontano, dove almeno non avrebbe più fatto danni.
nessuno si chiese perché fosse diventata tanto aggressiva.
nessuno pensò che una madre appena uscita dall’inverno avrebbe fatto qualsiasi cosa per difendere il proprio piccolo.
solo la volpe rossa aveva visto tutto.
nascosta tra le felci, aveva osservato l’orsa trascinarsi stanca verso il torrente, mentre gli uomini le chiudevano ogni via di fuga. Aveva sentito il rumore delle reti, le urla, i cavalli imbizzarriti. E soprattutto aveva sentito quel suono breve, disperato.
il richiamo di un cucciolo.
più tardi, quando il bosco era tornato silenzioso, la volpe trovò l’orsetto vicino a una ceppaia sradicata. Piccolo come un cane appena nato, col pelo ancora spettinato di latte e terra. Tremava senza nemmeno capire di essere solo. La volpe lo annusò.
l’orsetto le posò una zampa sul muso. E lei comprese che, se lo avessero trovato gli uomini, lo avrebbero preso per venderlo insieme alla madre… oppure lo avrebbero lasciato morire.
così lo prese con sé.
lo nascose nella tana fino al tramonto, mentre il piccolo si addormentava premuto contro il suo fianco caldo. Ma la tana non era sicura abbastanza. I cacciatori avrebbero battuto il bosco ancora per giorni. Quella notte, sotto la luna, la volpe diventò donna.
le ossa si allungarono lentamente, il pelo si ritirò nella pelle come brace sotto la cenere. Rimase inginocchiata tra le foglie umide, respirando forte. Poi prese un vecchio sacco di juta nascosto tra le radici di un pino e vi adagiò delicatamente l’orsetto.
lui sbuffò appena.
— Devi stare zitto, piccolo cuore… — sussurrò lei.
attraversò il sentiero che conduceva al villaggio evitando le lanterne e i cani. Bussò alla finestra del poeta tre volte, piano.Lui aprì ancora mezzo addormentato.
quando vide il sacco muoversi, impallidì.
— Che cosa hai fatto…?
la donna entrò in fretta e chiuse la finestra. Dal sacco uscì una testolina bianca con il naso nero lucido. L’orsetto rotolò sul pavimento, inciampò nelle proprie zampe e andò a infilarsi curioso sotto il tavolo pieno di fogli e inchiostro.
il poeta lo guardò come si guarda qualcosa di impossibile.
— È il cucciolo dell’orsa — disse lei. — Hanno preso la madre.L’orsetto nel frattempo stava mordicchiando una scarpa. Il poeta si passò una mano sul viso.
— Se quelli del villaggio lo trovano qui, diranno che l’ho nascosto io. Penseranno che sono pazzo… o complice. — Lo so.— Potrebbero portarlo via.
lei lo fissò negli occhi, e per un momento lui rivide nella donna la creatura del bosco: prudente, selvatica, feroce.— Se lo portano via, morirà. Nella stanza calò silenzio.
l’orsetto uscì da sotto il tavolo e si mise seduto davanti al camino spento, inclinando la testa come un bambino confuso.
il poeta abbassò lentamente lo sguardo.— Quanto tempo?
— Qualche mese. Finché sarà abbastanza forte da tornare nel bosco da solo.
lui rise appena, incredulo. — E nel frattempo dove dovrei nasconderlo? In mezzo ai miei libri?
la donna si avvicinò. — Tu scrivi poesie su creature che nessuno vede più. Dici sempre che il mondo sta dimenticando il cuore selvatico delle cose.
poi gli prese le mani.” Adesso puoi salvarne uno davvero.”
l’orsetto emise un piccolo verso nasale e si addormentò accanto alla sedia del poeta.
e lui capì di essere già perduto.