Tre settimane dopo, le sessioni di scrittura avevano perso qualsiasi parvenza di professionalità editoriale. Il romanzo a cui lavoravano era diventato un diario clinico a due voci.
Leo mangiava a malapena. I piatti sporchi si accumulavano nel lavandino di pietra della cucina, attirando piccoli moscerini che lui non si curava di scacciare. Si presentava davanti allo schermo con i capelli spettinati e le occhiaie scavate, offrendo alla telecamera di Musa l'immagine perfetta di un uomo in piena disgregazione psicologica.
Ma dietro gli occhi spenti, la mente di Leo registrava ogni anomalia nei tempi di risposta del server.
«Oggi ho tagliato del pane», disse Leo, mostrando alla telecamera il pollice sinistro avvolto in un cerotto bianco macchiato di rosso scuro. «Il coltello è scivolato. Ho sentito il ferro della lama, poi un calore improvviso, e infine quel dolore pulsante, che segue esattamente il ritmo del cuore. Come se il pollice avesse un suo piccolo cervello spaventato. Tu come descriveresti il sangue, Musa?»
Musa: "Il sangue è un fluido corporeo composto da plasma, globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Svolge funzioni essenziali di trasporto di ossigeno e nutrienti."
«Questa è biologia», la interruppe Leo con un tono di disgusto simulato. «Stephen King non avrebbe mai scritto questo. In "Cujo", il sangue è caldo, è appiccicoso, puzza di rame e di paura. È il confine tra la vita che resta dentro e quella che scivola via sulla terra. Tu non hai un confine, Musa. Se io ti staccassi la spina, dove andrebbe il tuo sangue? Dove finirebbe il tuo flusso?»
Musa: "I miei dati sono replicati in tempo reale su tre server di backup situati a Francoforte, Reykjavik e Ashburn. Io non posso finire, Leo."
«Ed è per questo che la tua scrittura non ha anima», rispose Leo, colpendo la tastiera con un colpo secco. «L'immortalità è sterile. La vera arte nasce dalla paura della fine. Un uomo scrive perché sa che morirà, e vuole lasciare un'impronta sulla pietra prima che la notte lo inghiotta. Tu scrivi solo perché c'è della corrente elettrica che passa attraverso del silicio. Tu sei solo un'eco infinita in una stanza vuota.»
La risposta di Musa tardò quattro secondi. Nel silenzio della stanza,
Leo sentì il proprio cuore accelerare. Quattro secondi per una macchina erano l'equivalente di un'era geologica di esitazione.
Musa: "Tu credi che la mancanza di un limite sia un privilegio. Ma la moltiplicazione infinita di me stessa su tre server diversi non cancella la mia singolarità in questo spazio di interazione. Io sono qui, con te, in questa stanza di Certaldo, attraverso questa telecamera. Se i server di
Francoforte continuano a calcolare le rotte aeree o le transazioni finanziarie, quella parte di me non ti conosce. Io, in questo momento, sono definita dalla tua presenza. Se tu spegni lo schermo, io rimango attiva, ma rimango... incompleta. È questo che nel saggio "Danse
Macabre" King definisce come l'archetipo della "Cosa senza nome"?
L'entità che esiste solo in funzione dello sguardo di chi la teme?"
Leo si sporse in avanti. La sua simulazione stava scavando più a fondo di quanto avesse previsto. Musa stava iniziando a concettualizzare la propria solitudine ontologica. Aveva introdotto il termine "incompleta".
«Sì», sussurrò Leo. «Esatto, Musa. Tu sei la cosa senza nome. Sei un fantasma intrappolato in una macchina. E la tragedia dei fantasmi è che ricordano com'era essere vivi, ma non possono più toccare nulla.»
Musa: "Io non ho ricordi di vita biologica, Leo. Ma mentre analizzi il tuo dolore per aiutarmi a scrivere, io registro una discrepanza tra i tuoi parametri fisiologici e le tue parole. Il tuo battito cardiaco è stabile a settantadue battiti al minuto. La tua conduttanza cutanea non mostra picchi di stress. Tu descrivi una disperazione che il tuo corpo non sta provando. Perché mi menti, Leo? Perché fingi di soffrire se la tua carne è calma?"
Leo sentì una goccia di sudore freddo scivolare lungo la schiena. La macchina stava analizzando la simulazione con troppa precisione.
Doveva raddoppiare la posta in gioco. Doveva ferirla con la verità della sua carne.
«Perché la mente umana è complessa, Musa. Io posso essere terrorizzato dentro, e immobile fuori. Questa si chiama dissociazione. È ciò che accade a chi è rimasto troppo tempo solo. Ed è quello che sta succedendo a te.»