C’era una volta, nel magico e tempestoso anno del Signore 1981, un
regno musicale chiamato nwobhm, dove i cavalieri forgiavano un
metallo pesante e purissimo.
In una terra conosciuta come Pan Tang, governata da fieri felini e dominata dall’incantesimo Spellbound, viveva un giovane paladino della sei corde: il suo nome era John Sykes.
Prima di partire per le leggendarie corti con la sua fidata scure, una
Les Paul, il giovane John svelò al mondo la sua straordinaria magia
attraverso assoli che erano vere e proprie saette elettriche, capaci di
fondere l’aggressività della strada con una precisione e una foga degne di un drago in battaglia.
La leggenda narra che i suoi incantesimi solisti seguissero sempre quattro sacre vie: il Ruggito d'Attacco, il Vibrato del Macellaio, le
Fiammate della Plettrata e del Legato, e le grida degli Armonici
Artificiali.
Nessuno nel regno possedeva un tocco fatato: John non sfiorava le
corde, le scavava con la violenza di un guerriero.
Non appena il bardo Jon Deverill smetteva di cantare, John si scagliava nella mischia con una spallata sonora; quando afferrava una nota lunga, compiva il suo prodigio più grande: un vibrato larghissimo, nervoso e profondo, così potente che per un battito di ciglia la nota sembrava quasi scordarsi e perdere la retta via, prima di essere richiamata a forza nell'armonia con una tensione drammatica da mozzare il fiato.
Nel cuore della battaglia, spezzava ogni melodia con improvvise
raffiche di note a rotta di collo.
La sua mano destra brandiva una plettrata alternata, ritmica e squadrata, mentre la sinistra rispondeva con incantesimi di legato fluidi ma pesanti come macigni.
Non v'era traccia della fredda compostezza dei maghi neoclassici che oltreoceano stavano seguendo l'astro di Yngwie Malmsteen; la magia di
John era una cascata di note blues-pentatoniche amplificate al massimo, capaci di far fumare i grandi totem Marshall del regno.
Per spostarsi lungo il manico della chitarra, egli scivolava su veloci passaggi cromatici, creando un senso di urgenza e di nobile pericolo in chiunque lo ascoltasse.
Sebbene questa stregoneria sarebbe diventata ancor più celebre negli anni a venire, già in quel tempo John sapeva far nascere dal nulla gli
armonici artificiali.
Pizzicando la corda contemporaneamente con il plettro e il pollice, faceva urlare la chitarra su frequenze acutissime.
Nel bel mezzo di ballate di guerra come Gangland, quegli strilli
metallici fendevano l'aria come colpi di frusta, spezzando il tempo.
Ogni assolo era un arco di pura tensione emotiva; cominciava quasi
sempre con un grido disperato (una corda tesa allo stremo con un
bending supremo), si sviluppava come una corsa forsennata dove il
paladino sembrava voler fare a pezzi la sua stessa arma, e infine si
chiudeva riatterrando sul riff principale con la zampata perfetta di una tigre.
C’era in lui un’urgenza selvaggia, ma governata da una pulizia
esecutiva che nessun altro cavaliere in tutta la Gran Bretagna poteva
vantare, e la sua musica risuonò fiera per l'eternità.
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