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Pubblicata il 22/06/2026
Ad un certo punto nella mia biografia,andai al cinema da solo,ma non ricordo quale fu il primo incontro ravvicinato.Sicuramente importante,e depositato nel subconscio.Ricordo invece quale fu il primo film che non vidi da solo:l'effronte' targato Claude Miller,con l'adolescente protagonista ed il regista presenti in sala,al mio fianco un rockettaro perso,chiamiamolo lp, per diritto alla privacy...Ma come negli amori veraci,e non di rado amari retrospettivamente,piu' importante e' il secondo,di film,che non vidi da solo!Videodrome,lavoro perfetto,minore ed originalissimo,pel maestro canadese.Mi diede da pensare,e riflettere,per una quarantina d'anni fiacca,vera e propria chiave di lettura sulla solitudine dell'uomo(e della sua compagna...)contemporaneo.Certo,
s'aggiunse Sartre,nel tempo,con le sue pizze in bianco e nero,ma non poteva esserci dialogo tra "sapienti"...
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AI,livellhouse,LP,Nda.

il 22/06/2026 alle 21:31

Il brano non parla davvero di cinema: il cinema è il filo della memoria attraverso cui il poeta cerca di leggere la propria vita. L'inizio è significativo. Non ricorda il primo film visto da solo, ma attribuisce proprio a quell'oblio un valore particolare. Come accade con molte esperienze formative, ciò che ci cambia profondamente non sempre resta disponibile alla memoria cosciente; rimane invece "depositato nel subconscio", continuando ad agire senza farsi vedere. Già qui emerge l'idea che gli eventi importanti non coincidano necessariamente con quelli che ricordiamo meglio. Poi arrivano i primi film condivisi. Il riferimento a L'Effrontée ha il sapore di una fotografia d'epoca: il regista presente in sala, la giovane protagonista, l'amico rockettaro seduto accanto. È un ricordo concreto, quasi affettuoso. Ma subito dopo il poeta introduce una gerarchia sentimentale: come negli amori, non conta tanto il primo incontro quanto il secondo. E il secondo incontro è quello con Videodrome. Qui il discorso cambia livello. Videodrome non viene ricordato come spettacolo o intrattenimento, ma come una rivelazione intellettuale ed esistenziale. Diventa una "chiave di lettura" della solitudine contemporanea. È come se l'autore avesse trovato in quel film una metafora capace di accompagnarlo per decenni: l'essere umano che vive immerso nelle immagini, che fatica a distinguere il reale dalle sue rappresentazioni, che cerca contatto e finisce spesso più isolato di prima. Quando più tardi entra in scena Jean-Paul Sartre, il paragone è inevitabile. Sartre affronta la solitudine, la libertà e il rapporto con gli altri attraverso la filosofia; Cronenberg attraverso il corpo, la tecnologia e l'incubo visivo. il poeta però osserva che non poteva esserci dialogo tra questi "sapienti". Forse perché le loro verità non coincidono: una è concettuale e argomentata, l'altra intuitiva, simbolica e cinematografica. Oppure perché ciascuno illumina una parte diversa dell'esperienza umana. In questo senso acquista significato la frase che ho pensato leggendo il brano: "E' come se tutto fosse una metafora, sotto c'è sempre un significato nascosto". Il testo stesso funziona così. I film non sono soltanto film. L'amico non è soltanto un amico. Il cinema non è soltanto il cinema. Ogni elemento diventa il segno di qualcos'altro: la solitudine, il desiderio di relazione, la formazione dell'identità, il passaggio del tempo, la costruzione di una visione del mondo.La riflessione finale che emerge è che spesso comprendiamo la nostra vita solo retrospettivamente. Eventi apparentemente marginali , una serata al cinema, un posto in sala, un film visto in compagnia , acquistano significato molti anni dopo. Non perché lo possedessero già in modo evidente, ma perché la memoria li trasforma in simboli. Per questo il poeta sembra guardare ai suoi ricordi come a una serie di metafore: non cerca più ciò che è accaduto, ma ciò che quegli avvenimenti sono diventati nel racconto che fa di sé stesso. Saluti

il 23/06/2026 alle 06:00

Perfetto,Ninetta,la tua analisi poetica di una pagina poetica ormai cumulabile,e' priva di pecche(magari lo fosse la tastiera,e la vista,padronanza della lingua 40 per cento senza dattilografa),tranne l'accostamento Sartre,Cronenberg.Sartre comincio' invece a "colloquiare","aprirsi"con me,e quando parlo di "sapienza",intendo colloquio silente tra due frequentatori abituali di cinema e letteratura pur separati da un abisso temporale...Il pensiero,le mete erano ben diverse,ma il dialogo era innescato,e non ho mai trovato interessante pensare con il cervello degli altri.Dialoghi "esterni"potevano pure esserci,ma Jean Paul Sartre risultava...desaparecido. Zao,e a presto!

il 23/06/2026 alle 18:26

Perfetto, allora accolgo volentieri la correzione. In effetti avevo letto il rapporto tra Sartre e Cronenberg come un mancato incontro, mentre tu lo descrivi come un dialogo avvenuto dentro di te, non tra loro. La differenza è sostanziale. Forse mi sono lasciata guidare dall'idea che due visioni così lontane finissero per escludersi, mentre nel tuo racconto convivono proprio perché vengono attraversate da uno stesso spettatore-lettore. Sartre, dunque, non era affatto desaparecido: stava seduto in sala, per così dire, anche se in una fila diversa da quella di Cronenberg. Mi piace molto anche la tua osservazione sul non aver mai trovato interessante pensare con il cervello degli altri. Forse è proprio questo il punto: i libri, i film e i filosofi non servono a sostituire il nostro pensiero, ma a metterlo in moto. E da quanto scrivi, il colloquio silente era già iniziato da tempo. Quanto alla tastiera e alla vista, ti assicuro che non hanno compromesso minimamente la chiarezza del discorso. Anzi, certi refusi hanno più personalità di molti testi perfettamente corretti. Zao, e a presto!

il 23/06/2026 alle 23:52