Aveva le foto dei test truccati sul telefono. Sapeva che Galanti era vivo e che stava scappando con quaranta milioni di euro su un volo privato.
Ma dove? Riva era fuori gioco, l'assessore era inutile. Mirco doveva fidarsi solo della sua testa. Mentre guidava nella notte, ripensò a un dettaglio dell'agenda di Galanti, a quelle tre lettere S. - A. - A., e poi a una vecchia inchiesta che aveva firmato anni prima sulle proprietà immobiliari della holding Galanti, quella che gli era costata il posto. La holding possedeva una pista d'atterraggio, un vecchio aeroclub privato riconvertito tra i campi della bassa padana, fuori dai radar dei grandi aeroporti civili dove i controlli sarebbero stati troppo rigidi per un uomo ufficialmente defunto. Galanti era diretto lì. E Mirco era l'unico a saperlo.
La pista isolata dell'aeroclub era sferzata da un vento gelido che sollevava la nebbia a sprazzi. Il piccolo jet privato Grumman della holding aveva già i motori accesi, un ronzio acuto che riempiva l'oscurità dei campi circostanti. Sergio Galanti stava per mettere il piede sul primo gradino della scaletta di alluminio, stringendo una valigetta di pelle nera, quando una voce ferma superò il rombo delle turbine.
«Un bellissimo trucco, Galanti. Davvero da prima pagina.»
Galanti si bloccò di colpo. Si girò lentamente, sollevando il bavero del cappotto pulito. Nella luce bianca dei fari di segnalazione della pista,
Mirco Levante avanzava lentamente a testa alta, con le mani infilate nelle tasche del giubbotto bagnato di pioggia. Il bodyguard di Galanti fece un passo avanti, la mano destra che scivolava sotto l'ascella per estrarre la pistola, ma l'uomo d'affari lo fermò con un cenno secco del braccio. Un sorriso freddo e amaro comparve sul volto del miliardario.
«Levante. Devo ammettere che sei molto più ostinato di quanto ricordassi», disse Galanti, parlando a voce alta per superare il rumore dei motori. «Come hai fatto a trovarmi in questo buco?»
«L'agenda del tuo sosia», disse Mirco, fermandosi a un metro di distanza, i piedi ben piantati sull'asfalto della pista. «Hai pianificato tutto nei minimi dettagli, ma ti sei dimenticato che sei anni fa ho passato tre mesi della mia vita a mappare ogni singola proprietà, ogni prestanome e ogni ettaro di terreno intestato alla tua società. Questa pista non è sui radar di Linate, ma è tua. Hai sacrificato un poveraccio che ti somigliava solo per ripulire il tuo nome dai crolli della metropolitana e sparire con la cassa della società.»
«E ora che intenzioni hai, giornalista?», lo schernì Galanti, allargando le braccia con finta condiscendenza. «La finanza sta arrestando Riva in questo preciso momento. Per lo Stato italiano, tu sei l'unico sospettato per l'omicidio del palazzo di ringhiera. Le tue impronte sono nella stanza. Se mi spari, diventi un assassino per davvero. Se mi lasci salire su questo aereo, resti l'unico colpevole per sempre. Sei in un vicolo cieco.»
«Io non ti sparerò, Sergio», disse Mirco, tirando fuori la mano destra dalla tasca del giubbotto. Non stringeva un'arma, ma il suo vecchio registratore professionale da cronista, collegato in hotspot satellitare tramite lo smartphone. «Non siamo soli. Siamo in diretta streaming audio e video con l'ufficio del Procuratore Capo e con la sala stampa del mio giornale. Ogni tua singola parola è stata trasmessa in tempo reale.
Compresa la confessione sul sosia e sui quaranta milioni.»
Il sorriso di Sergio Galanti si congelò istantaneamente sul volto. Gli occhi dell'uomo d'affari corsero verso lo schermo del registratore, poi verso il fondo della pista. Nello stesso secondo, i cancelli d'ingresso dell'aeroclub vennero abbattuti da tre auto della Polizia di Stato che irruppero sulla pista a sirene spiegate, i fari abbaglianti che illuminarono a giorno il jet privato e i tre uomini. Mirco non aveva chiamato la polizia segnalando se stesso; aveva inviato i codici della diretta con la posizione del "resuscitato" Sergio Galanti. Il gioco era finito.
Il giorno successivo, la redazione centrale del quotidiano era un caos infernale di telefoni che squillavano a vuoto e giornalisti che correvano tra le scrivanie. Tutti cercavano Mirco Levante, l'uomo che da solo aveva fatto arrestare il fantasma della finanza, scagionato se stesso e smascherato la gigantesca truffa del cemento depotenziato che rischiava di far crollare mezza città. Il direttore generale gli aveva già preparato un contratto a tempo indeterminato in prima pagina e la direzione della cronaca giudiziaria.
Ma Mirco non era in redazione. Era seduto da solo sui gradini di pietra bagnata del suo palazzo di ringhiera, ormai libero dai nastri gialli della polizia scientifica. Aveva in mano un caffè d'asporto caldo e guardava il cortile interno, dove una vicina stava tranquillamente stendendo i panni come se nulla fosse successo. Aveva ripulito il suo nome, sventato una strage silenziosa e distrutto l'uomo che gli aveva rovinato la vita sei anni prima.
Tirò fuori l'agenda di pelle nera di Galanti dalla tasca interna, strappò l'ultima pagina rimasta macchiata di sangue e la appallottolò, lanciandola nel vecchio bidone di ferro del cortile. Prese il telefono, aprì una nuova nota bianca sullo schermo e si preparò a scrivere. La città era piena di palazzi come quello, e ognuno di essi nascondeva una storia che aspettava solo di essere raccontata.