Cara amica Thea, il tuo testo si articola come un flusso di coscienza che intreccia gesti quotidiani, riflessioni esistenziali e impulsi passionali, uniti dal filo conduttore della misurazione e del limite. E' una riflessione sul contrasto tra l'istinto umano e il tentativo meccanico di misurare, calcolare e contenere il tempo, lo spazio e i corpi, che lascia comunque il segno del proprio passaggio. Un abbraccio
Chi mi precede ha, come di consueto, già divinamente colto le suggestioni e l'anima profonda del testo. Aggiungo soltanto: composizione bellissima. Non condivido del tutto lo sconfinato ottimismo dei versi di chiusura, ma mi sembra un dettaglio superfluo, come "misurare i centimetri che lasciano… la coscia scoperta". Salutissimo.
Ricambio il tuo saluto Poe. Grazie per il tempo che mi hai dedicato
Nonostante, caro Jean, io abbia un’oscurità da preservare, voglio comunque illuminare alcuni punti del mio testo. Immersi in una realtà alla quale non sappiamo dare un senso, impariamo, nel corso della vita, quantomeno ad ordinarne gli eventi avvalendoci di unità di misura, guidati da forme di controllo di cui siamo più o meno consapevoli. I più bravi riescono a replicare modelli perfetti. Eppure qualcosa sfugge a ogni misurazione: può essere il tempo, può essere la memoria, così come il gesto di ribellione dettato da un’istinto caotico, irrazionale, primordiale e devastante che prende il corpo sotto l’impeto dell'eros. Il morso è dirompente. Spezza tutte le catene di qualcosa di così ordinario da essere addirittura insopportabile. La chiusa è una visione. È come vedere i titoli di coda che partono giganti dal fondo del televisore e si rimpiccioliscono a mano a mano. Mi piaceva questo gioco del rompere il flusso di pensieri, rompere le parole: da stringere a stingere c’è la sottrazione della “erre”, fino alla divisione in sillabe di ogni singola parola. E, se è vero che nell’elisione resta sempre qualcosa, allora di quel morso resterà quantomeno la traccia mnestica, come le nostre vite sparse in un cosmo. restano echi. Anche quando tutto finisce.
Accipicchia, roba che i filosofi ti fanno un baffo. L'Eros, però, l'avevo colto, eh. A proposito, io mordo benissimo, ah ah ah. Bacioooooooooo
Questa poesia parte da una scena molto concreta: qualcuno prepara un gelato cercando di ottenere delle palline perfette. Da qui nasce una riflessione più ampia sul bisogno umano di misurare e controllare le cose. Il personaggio parla di grammature, tempo, centimetri: tutto sembra dover essere calcolato e tenuto sotto controllo. Il poeta, però, reagisce in modo diverso. Mentre ascolta questi discorsi, il suo pensiero si sposta verso il corpo, il desiderio e l'impulso. L'esclamazione «Mordimi! Facciamola finita!» interrompe bruscamente il ragionamento e rappresenta una sorta di rifiuto dell'eccesso di precisione. È come se il poeta dicesse che non tutto nella vita può essere ridotto a numeri e misure. Nella seconda parte il testo assume un tono più filosofico. Gli esseri umani vengono definiti «macchine biologiche», esseri che cercano continuamente il modo più semplice e meno faticoso di vivere. Tuttavia il poeta rivela di avere un comportamento insolito: camminare all'indietro per misurare «distanze e margini di incontro». Questa immagine può essere interpretata come una metafora del rapporto con il passato e con gli altri: a volte comprendiamo meglio ciò che ci circonda non guardando avanti in modo diretto, ma osservando ciò che lasciamo dietro di noi.Molto interessante.
La poesia mi sorpreso per l'apparente semplicità iniziale del testo che un po' alla volta mette in evidenza un progressivo disincanto, quasi un rifiuto per una realtà così come si presenta, o meglio, come ci viene presentata, con un'attenzione pedante e quasi ossessiva a particolari 'tecnici' che non tengono conto dell'insieme. In pochi tratti tu ci fai spostare l'occhio da una situazione di ipercontrollo ad un impulso del tutto fuori controllo, che investe la sfera dell'intimo, riportando l'attenzione al soggetto e alla sua fragilità, con la difficoltà a scorgere o accettare con evidenza i confini... e il bellissimo finale è potente, perché la precarietà non è sinonimo di insignificanza!
Questa “misura”, questo “misurare” funzionano un po’ da mantra del testo. Rappresenta una forma di controllo alla quale siamo ormai avvezzi. Qualcuno non se ne accorge nemmeno più e si è ormai incanalato sulla strada della disumanizzazione. Il morso è un grido. La chiusa lascia a qualche interpretazione in più. Forse dipende da una predisposizione naturale. La bellezza è precaria ma è importante proprio perché il tempo la determina. Se fossimo eterni probabilmente la vita perderebbe il senso che le diamo. Ciao Illune, anima fantastica.