avevo otto anni appena compiuti,
e i sogni ancora fragili, sconosciuti,
quando una voce, piano, dentro me,
sussurrò: “Scrivi… è questo che sei.”
non era gioco, né semplice fantasia,
ma il cuore che cercava la sua via,
un filo d’oro tra ombra e verità,
un grido dolce contro l’oscurità.
scrivere divenne il mio respiro,
un passo avanti fuori dal martirio,
un modo lieve per restare intera
quando la notte si faceva più nera.
crescevo in un mondo duro, spezzato,
da silenzi pesanti e dolore celato,
tra mura strette e sguardi severi
che chiudevano sogni e pensieri.
eppure ogni verso era una difesa,
una luce accesa, mai più arresa,
un’arma gentile, sottile ma forte
contro il gelo e contro la sorte.
le voci degli altri graffiavano piano,
tentando di togliermi penna e mano,
ma io intrecciavo parole e coraggio,
facendo di ogni ferita un passaggio.
il mio paese, chiuso e distante,
non capiva quel suono vibrante,
ma io scrivevo, senza rumore,
per dare spazio e nome al mio cuore.
così ho attraversato il fuoco e il buio,
senza perdere il senso del mio io,
portando con me, come sola difesa,
quella voce bambina mai arresa.
e ancora oggi, tra sogno e realtà,
scrivo per dare forma a libertà,
perché quella voce, fragile e sincera,
è la mia luce—la mia vera bandiera.
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