ci sono giorni in cui l’aria manca
anche quando tutto è aperto,
e il quartiere decide in silenzio
chi merita spazio e chi no.
io resto ai margini del passo altrui,
con un corpo giudicato dal mondo
e una dignità che non chiede permesso
per esistere.
non servono urla per ferire:
basta essere ignorati abbastanza
da sentirsi estranei
nella propria vita.
eppure resisto,
tra crepe di luce e fatica,
finché il giorno non diventa scelta:
andare via per restare intera.
e in quel restare che sembra silenzio
imparo a riconoscere i dettagli invisibili:
il modo in cui il tempo si piega
quando nessuno ti vede passare,
e la voce interna che insiste
anche quando tutto fuori si ritrae.
ci sono porte che non sbattono,
non fanno rumore quando si chiudono,
eppure lasciano segni nell’aria
come se qualcosa avesse smesso di respirare.
io le ho contate senza volerlo,
una dopo l’altra,
come si contano le assenze
nei giorni troppo lunghi.
ma ho scoperto che il corpo
ricorda anche ciò che non viene accolto:
si fa più attento, più lento,
impara a non chiedere dove non risponde nessuno,
e a non perdere la propria forma
solo perché altri non la riconoscono.
non è resa la mia distanza,
è un modo per non svanire.
È scegliere di non diventare eco
in stanze che non sanno ascoltare.
e se il mondo continua a pesare sulle soglie,
io imparo a camminare altrove,
dove il passo non deve giustificarsi
e la presenza non è una colpa.
resto—
non per abitudine,
ma per scelta.
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