Anch'io, che leggo con molto piacere, non so cosa dire. Un caro saluto.
Non preoccuparti di chi ti calunnia con infamia. è la stessa persona che mi ha definito "lesbica isterica". A rileggerti presto.
Ah sì, ma guarda un po'. Mi sono arrivate voci anche di alte due autrici che sono state infastidite dalla medesima persona e che si sono cancellate. Grazie per la solidarietà, amica cara. Ma sono su questo sito da due anni e, se escludi la persona in questione, nessuno ha mai avuto da ridire sui miei comportamenti. Per non parlare di altri siti dove da anni interagisco con centinaia di autori e autrici, e tutti potrebbero testimoniare sul mio comportamento assolutamente corretto, integro e rispettoso, a differenza di tanti altri. Che vuoi fare, Ale, è la vita. Un caro saluto e grazie ancora.
Una poesia molto nervosa, che cela qualcosa che provoca tale tensione. Spero tutto si risolva presto. Ciao Jean
Grazie Sir, come sempre molto acuto e perspicace. Con la consueta stima e riconoscenza, un carissimo saluto a te.
Grazie mille Vane, lusingato dal tuo apprezzamento. Un caro saluto.
Un viaggio allucinante e bellissimo in una metropoli dell'anima, dove il sacro si scontra con l'asfalto e i dettagli quotidiani diventano profezie.La bellezza del testo sta nel modo in cui mescola il quotidiano con il tragico senza fare una piega: dimenticare gli appunti diventa il preludio a un’«infelicità programmata», i cani corrono affamati e l'abbandono familiare è già fissato sul calendario per una sera d'estate. Poi, in mezzo a cucchiai d'argento da comprare, sciarpe sporche e folli gare di velocità nella notte, arriva quel fermo immagine improvviso: oltre i petali di neve, l'azzurro resta immobile.Meravigliosa Jean.Kiss
Il suono delle campane di una chiesa maestosa come una cattedrale crea inizialmente un'atmosfera distesa che sembra preparare un evento importante con un augurio di felicità. Poi il tono e il tema cambia bruscamente, il clima si fa inquieto e spaesante in una sorta di caos metropolitano dove tutto appare un complotto contro quel momento di pace e festa... quei rantoli di ancore riemergono all'improvviso con annunci di disgrazie e deliranti stordimenti, mentre non resta nemmeno un brandello di quell'azzurro soffocato dalla neve. La chiarezza finale mi pare la dichiarazione di una resa totale, senza parole capaci di dare un senso al dolore... come se si trattasse non del proprio, ma di un corpo estraneo fastidioso, irritante...Mi è difficile trovare un messaggio dentro questi versi, forse ha ragione Morris nel percepire tensioni altalenanti...
Martina e Illune grazie di cuore per i vostri accurati e approfonditissimi commenti. Un carissimo saluto ad entrambe.
C’è un elemento sacro, una chiesa, ma le ancore richiamano un paesaggio diverso. Sono ancore rantolanti, non salvifiche. Poi troviamo elementi di controllo, vorrebbero dare un ordine al caos, il suono delle campane che regna dovrebbe imporsi ai rivestimenti contaminati di una scena metropolitana che non ha nessun senso. Come la vita. Forse gli appunti, una sequenza ordinata di parole, potrebbe spiegare ma l’io ritorna nel caos e anche il futuro si preannuncia senza speranza. L’invito a guardarsi intorno, oltre una forma di velo, sembra dirci che ogni volta che raggiungiamo un qualche grado di lucidità, in realtà la verità ci appare così grande che non riusciamo a ordinarla con le parole che possediamo. C’è una resa finale. È di grande effetto. Andrebbe indagata di più.
Grazie di cuore anche a te, amica Thea, per aver dedicato il tuo tempo prezioso alla lettura e al commento di questo mio scarabocchio. Un'analisi particolare e molto articolata dove il nonsense esistenziale si intreccia alle significanze nichiliste e alle condizioni di resa. Proprio quest'ultime, però, preludono a nuovi attraversamenti e al ritrovo del caos primordiale come elemento unico e inestinguibile di riappropriazione dell'Essere. Un carissimo saluto e grazie ancora di cuore.
La poesia costruisce un insieme di immagini frammentate e fortemente evocative, senza seguire una narrazione lineare. Più che raccontare una storia, mette in scena uno stato d’animo: quello di un soggetto che percepisce il mondo come confuso, inquieto e difficile da comprendere. Fin dall’inizio compaiono elementi concreti ma deformati da un linguaggio simbolico e visionario, come chiese, campane e ancore che “rantolano”. Anche il suono delle campane, che “regna”, non dà ordine o sicurezza, ma sembra piuttosto un rumore dominante e vuoto. La città appare poi come uno spazio ambiguo e disarmonico, dove elementi naturali e urbani si mescolano creando un senso di straniamento. Accanto a questo scenario esterno emerge il vissuto personale del poeta: dimenticanza, solitudine, un’“infelicità programmata” e la sensazione di abbandono. Il mondo esterno e quello interiore si rispecchiano, rafforzando un senso di precarietà emotiva e disagio. Nella parte finale, anche i gesti quotidiani e le immagini più leggere non portano significato o consolazione, ma sembrano azioni casuali e prive di scopo. La poesia si chiude con un paradosso: quando tutto appare chiaro, il poeta non riesce più a dire nulla. Questo suggerisce che la presunta chiarezza del mondo non coincide con una reale comprensione.La poesia può essere definita una riflessione esistenziale che si concentra sul senso della vita, della solitudine e della difficoltà di capire la realtà e se stessi.
Straordinariamente stupefacente, strepitosamente esauriente. Dissento solo dall'ultima frase. Io la realtà l'ho capita bene e anche me stesso, soprattutto. Grazieeeeeeeeeeeeeeeeee
Lo penso anch'io...complimenti comunque non è facile scrivere certe poesie...
Accipicchia, e neanche scrivere certi commenti. Grazie ancora, Ninettissima. Baciooooooooooooooo