La pioggia sferzava i vetri della piccola libreria in centro, ma l'umidità che Rossana sentiva addosso non era dovuta al meteo. Era quella
sensazione di un respiro sul collo, costante, che la seguiva ovunque,
anche tra gli scaffali di saggistica.
«Marco, eccoti,» esalò lei, vedendo il marito apparire tra i libri con il
volto contratto.
«Dobbiamo andare via, subito,» sussurrò lui, guardandosi
freneticamente alle spalle. «L’ho visto di nuovo. Era fuori, appoggiato al lampione. Quando mi sono avvicinato è sparito nel vicolo. Rossana,
quel bastardo ci sta cacciando come animali.»
Tornarono a casa in un silenzio tombale, interrotto solo dal rumore
ritmico dei tergicristalli. Marco guidava con una mano sola, l'altra
stretta convulsamente sul cambio, gli occhi che saltavano
continuamente allo specchietto retrovisore. Ogni volta che un'auto si avvicinava troppo, lui imprecava, accelerando fino a far stridere le
gomme.
Una volta dentro, la routine della sicurezza divenne un rituale ossessivo. Marco sbarrò la porta, controllò i sensori di movimento e
abbassò tutte le tapparelle. La casa, un tempo luminosa, era diventata un bunker sotterraneo.
«Non possiamo vivere così,» pianse Rossana, lasciandosi cadere sul divano. «Perché noi? Perché non smette?»
«Perché è un sadico,» rispose Marco, versandosi un whisky con mano tremante. Il vetro del bicchiere batteva contro i suoi denti mentre beveva. «Ma io non gli permetterò di spezzarti. Piuttosto finisco io al manicomio, ma tu sarai al sicuro.»
Le settimane divennero mesi di pura agonia. Rossana vedeva Marco svanire: l'uomo solido che aveva sposato stava scomparendo, sostituito da un fascio di nervi tesi. Passava ore a studiare i minimi rumori della soffitta, convinto che lo stalker avesse trovato un passaggio segreto.
Aveva piazzato microfoni ovunque, convinto che l'aggressore usasse frequenze radio per disturbare la loro quiete.
Il parassita che li perseguitava era abilissimo. Una sera, tornando dal lavoro, trovarono tutte le piante di Rossana rase al suolo, i vasi infranti e la terra sparsa in modo da formare una croce nel corridoio. Marco ebbe un attacco di rabbia violenta: prese un martello e iniziò a colpire le pareti, gridando che dovevano esserci delle microspie.
«Mi sta prendendo in giro, Rossana! Sa come aggirare i sensori!» gridava, scagliando un monitor contro la parete. Piangeva per la
frustrazione. «Ti sta distruggendo e io sono un fallito, non riesco a
fermarlo!»
Rossana, stordita dai sedativi che il medico le aveva prescritto per
l'ansia, passava le giornate in un limbo. Trovava biglietti inquietanti
ovunque: “Lui non ti protegge perché non può vedermi. Io sono già
parte di te.” Marco, ogni volta che ne leggeva uno, raddoppiava le
pattuglie notturne in giardino, armato di una torcia e di una rabbia
cieca.
Il parossismo arrivò una notte di nebbia fitta. Marco era convinto di
aver visto un'ombra sul tetto. Salì con una scala, urlando nel buio
contro l'oscurità mentre la pioggia tornava a cadere gelida. Rossana lo sentiva colpire furiosamente le tegole, implorando l'uomo invisibile di
prendere lui e lasciare in pace sua moglie.
All'improvviso, un urlo lacerante. Poi uno sparo. Poi il silenzio.
Rossana si precipitò giù per le scale, inciampando nel buio. «Marco!
Rispondimi!»
Trovò il salotto a soqquadro. Marco era a terra, privo di sensi, con un taglio profondo sulla fronte che sanguinava copiosamente. La pistola
era a pochi metri da lui. La porta d'ingresso era spalancata, lasciando entrare la tempesta.
«Ti prego, svegliati...» sussurrò lei, trascinandolo verso il divano.
Mentre cercava del ghiaccio, notò che una credenza del corridoio era
stata spostata durante la colluttazione. Dietro il mobile, incastrato in
una fessura del battiscopa, c'era un involucro di plastica. Rossana lo
aprì con le dita gelate. Dentro c'era un taccuino nero.
Rossana si sedette a terra. Aprì le pagine. La grafia era frenetica, ma i contenuti erano una lama nel cuore.
"Giorno 214: Rossana ha pianto per tre ore oggi dopo che ho tagliato i
freni della sua bici. La sua dipendenza da me è quasi totale. Mi guarda
come se fossi il suo Dio, il suo unico salvatore."
Rossana voltò pagina, il respiro bloccato in gola.
"Giorno 310: Ho finto un altro attacco di panico stasera. Vedere il suo
dolore per la 'mia' sofferenza è la droga più pura che esista. Mi ama
perché crede che io stia morendo per lei. Non sa che ogni fiore morto, ogni vetro rotto, ogni ombra sotto il lampione è una mia creazione."
C'era una foto infilata tra le ultime pagine: Rossana che dormiva,
scattata da pochi centimetri. Sullo sfondo della foto, nello specchio
della camera, si vedeva chiaramente il braccio di chi scattava. Al polso brillava l'orologio d'oro che lei aveva regalato a Marco per il loro
anniversario.
L'ultima nota diceva: "Oggi la farò morire un altro po'. Fingerò
un'aggressione. Il trauma finale la renderà mia per sempre."
Rossana alzò lo sguardo. Marco era in piedi, alla fine del corridoio. Non barcollava più. Non c'era traccia di dolore o confusione. Si stava
pulendo il sangue finto dalla fronte con un gesto calmo, quasi annoiato.
«Speravo che non lo trovassi prima di domani, Rossana,» disse lui con
una voce piatta e gelida. «Ma forse è meglio così. Il terrore che vedo
ora nei tuoi occhi è molto più autentico di quello che provavi per un
fantasma.»
Fece un passo verso di lei, un sorriso perfetto e spietato sul volto.
«Lo stalker che cercavi non è mai uscito da questa casa, perché non è
mai uscito da me. Chi crederebbe che il povero Marco, l'uomo che è
quasi impazzito per proteggerti, sia il mostro che ti sta uccidendo? Ora
dimmi, amore mio... chi chiamerai? Sei sola. E io ho appena iniziato.»
Marco tornò verso la porta e ricominciò a urlare verso la strada:
«Aiuto! È qui dentro! Qualcuno ci aiuti!», riprendendo istantaneamente il ruolo del marito distrutto mentre, con l'altra mano, serrava il polso di
Rossana in una morsa d'acciaio.
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