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Pubblicata il 11/05/2026
È l’apostasia della carne:
farsi asse,
dire no al disordine del fango.

Non c’è logica nel sangue che preme
contro la calotta gelida del tempo,
ma in quel graffio, in quel solco di febbre,
tracciamo una linea-
storta, ostinata-
contro la curva del mondo.

È l’orgoglio di chi sale
senza promessa di vetta,
di chi insiste nel gesto
anche quando il senso si ritrae:
stare dritti nella caduta,
fare della ferita una forma.

È il paradosso di chi ha scalato la montagna
per gridare un messaggio,
solo per accorgersi
che nella valle nessuno ha l’udito
tarato su quelle frequenze.

Allora scende,
si siede al fuoco degli altri
e tace,
fingendo di non aver mai visto
l’abisso delle stelle.
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ho seguito la parabola dell'orgoglio fino all'abbandono. leggo e rileggo i tuoi scritti sempre con ammirazione. un caro saluto.

il 11/05/2026 alle 17:14

Il distacco unito al trattenimento (istinto di sopravvivenza) è una esperienza dilaniante. Sopratutto se l'affidamento ultimo è nelle carni che trattengono gli ultimi aneliti di resilienza conservatrice. Riscaldarsi con il fuoco degli altri? No, almeno per me. La tua è lirica, la poesia è altra cosa, cianfrusaglia di mercato sotto la loggia del Tempio. Con assoluta osservanza, Ancient

il 12/05/2026 alle 13:08

Ti ringrazio, Poe. L'orgoglio e l'abbandono sono i due poli di una stessa tensione; mi fa piacere che tu ne abbia colto il movimento, quel cedere che non è sconfitta, ma un'altra forma di resistenza.Un cordiale saluto William

il 12/05/2026 alle 16:27

L'osservazione è acuta, Ancient. Quel sedersi al fuoco altrui non è un rifugio, ma l'ultima maschera dell'apostasia: fingere la normalità dopo aver visto l'abisso è, forse, il sacrificio più estremo della carne. Hai ragione: l'affidamento alle carni è dilaniante, ed è proprio in quel 'no al disordine del fango' che la lirica prova a farsi asse. Grazie per la tua rigorosa osservanza.William

il 12/05/2026 alle 16:31