Enea era un uomo integerrimo, un titano dei fogli Excel, un crociato del calzino spaiato.
La sua vita era un algoritmo perfetto di prevedibilità, finché un martedì di maggio l’universo decise di collassare: Enea tornò a casa con un Borsello.
Non era un semplice contenitore, era un manufatto in finta pelle marrone, con una cerniera che emetteva un sibilo sinistro,
simile al verso di un serpente che ha appena ingoiato la dignità di un uomo, e una tracolla così lunga da battergli
ritmicamente sulla coscia come un metronomo del cattivo gusto. Tum. Tum. Tum. Il battito del cuore della mediocrità.
"Che cos'è quello, Enea?" chiese Marta, indietreggiando verso il frigorifero come se avesse visto un predatore all'apice della
catena alimentare.
"È praticità, cara! Guarda: chiavi, portafoglio, collirio, caramelle al rabarbaro e... un caricabatterie di riserva. Tutto a portata di mano!" Enea fece una giravolta, e il borsello colpì lo spigolo del tavolo con un rumore sordo. Clack.
In quel preciso istante, nel cervello di Marta, si attivò un meccanismo ancestrale. Una sinapsi, dormiente dall'età della pietra,
si incendiò. Mentre Enea spiegava la rivoluzionaria suddivisione in tre comparti (uno per le monete, uno per i documenti e uno per le "emergenze"), Marta stava già scaricando Tinder sotto il nome di "Libellula92". La sua biologia stava emettendo un
segnale di soccorso: Fuggire. Riprodursi con chiunque porti le chiavi esclusivamente nei jeans, anche a costo di bucarli.
Sabato pomeriggio. Il centro città era gremito. Enea camminava fiero, con la mano destra poggiata sulla parte superiore del borsello, come un pistolero che protegge la sua fondina di inutilità.
Marta, invece, aveva implementato il Protocollo di Invisibilità Sociale:
Camminava esattamente a 4,5 metri di distanza, mantenendo un angolo di visuale tale da poter fingere di essere una turista solitaria.
Se un conoscente li puntava, lei scattava verso una vetrina di sanitari, commentando ad alta voce la curvatura aerodinamica di un bidet.
Al saluto di un amico comune, lei rispondeva con un sorriso vitreo: "Oh, Enea! Che coincidenza incontrarti qui! Come sta tua moglie? Salutala tanto quando la vedi!".
Alle 17:45, l'orrore divenne palpabile. Enea, con un gesto rallentato che parve durare ore, aprì la zip anteriore, quella "a
rapido accesso", per estrarre un pacchetto di fazzoletti imbevuti al profumo di pino silvestre. In quel momento, Marta scrisse a Surf-Fabio: "Portami via. Non importa dove. Anche su uno scoglio appuntito. Ma giura che non hai nulla che penda dalla
spalla."
Sei mesi dopo, la società era sull'orlo del baratro. Il tasso di divorzi aveva superato quello delle nascite. Le città erano piene di uomini che cercavano freneticamente le chiavi in scomparti segreti, mentre le loro mogli cercavano la felicità nelle braccia di istruttori di paracadutismo, fabbri e pirati somali.
Il rinomato Professor Freudoni convocò una conferenza d'urgenza mondiale. Proiettò una slide che fece gelare il sangue ai
presenti: un grafico a torta dove il 98% dei motivi di rottura non era "infedeltà", ma "Il fatto che lui estraesse il portafoglio da una zip orizzontale mentre eravamo alla cassa".
"Colleghi," esclamò Freudoni, asciugandosi il sudore, "abbiamo analizzato complessi di Edipo e traumi infantili. Ma la verità è
che l'acquisto di un borsello è l'atto formale di dimissioni dalla mascolinità. Statisticamente, la donna comincia a cercare
l'amante esattamente al secondo 'clack' della cerniera."
Marta era diventata il Generale della Resistenza. Le donne si incontravano in scantinati bui, scambiandosi foto di mariti che indossavano il borsello sopra il piumino, una violazione della Convenzione di Ginevra sull'estetica.
"Dobbiamo agire," disse Marta, impugnando una cesoia. "Per i nostri figli. Perché non debbano mai sapere cosa significhi
avere un padre che porta il burrocacao in una tasca dedicata."
La rivoluzione culminò in Piazza del Popolo. Un falò alto dieci metri illuminava la notte. Centinaia di borselli venivano gettati nelle fiamme. L'aria era satura di un fumo nero che sapeva di plastica cinese, finta pelle e sogni infranti.
Enea era lì. Guardava il suo fido compagno di avventure consumarsi. Percepì il fuoco sciogliere la zip del comparto
"documenti". Per un istante, si sentì nudo. Poi, con un gesto lento, infilò le chiavi nella tasca destra dei pantaloni.
Il portafoglio nella sinistra. Si girò. Le sue tasche erano gonfie, deformate, esteticamente discutibili. Ma era un uomo.
Marta gli si avvicinò. Vide quel rigonfiamento grezzo e asimmetrico sui jeans e sentì le sinapsi tornare al loro posto.
Il Protocollo Nero era terminato.
"Enea," sussurrò con gli occhi lucidi, "sei... sei orribile. Sei un disastro di spigoli e tasche piene."
Lo baciò con una passione che non sentiva da quel maledetto martedì di maggio. "Sei bellissimo."
Mentre tornavano a casa, Marta tirò fuori il telefono. Un ultimo messaggio a Surf-Fabio: "Addio, Fabio. Enea è tornato a farsi venire i buchi nei pantaloni con le chiavi. È l'uomo della mia vita."
E nel silenzio della piazza, l'ultimo borsello rimasto emise un piccolo, definitivo... clack.
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