Non lo commise con le sue mani, lo covò per anni, dietro le palpebre socchiuse, mentre ricamava paramenti da lutto e sorrideva agli ospiti.
l’omicidio le abitava la mente come un inquilino silenzioso, in una stanza foderata di velluto nero dove ogni pensiero cadeva senza rumore.
non aveva volto la vittima, solo una voce, la sua stessa voce, che ogni notte le sussurrava l’oltraggio subito.
un amore tradito, un nome infangato, una porta chiusa in faccia nel gelo.
così lei lo uccideva, ogni notte, con metodo, senza spargere sangue, se non quello acre della sua insonnia.
lo soffocava con i nastri dei suoi abiti da ballo, lo avvelenava con l’arsenico delle sue parole mai dette.
lo murava dietro al ritratto dell'altra, mattone dopo mattone, mentre gli canticchiava una melodia.
al mattino si destava composta, con l’ago ancora in mano e nessun cadavere da occultare, perché il delitto perfetto non lascia corpi, lascia solo assenza.
finché una sera, lo specchio non le restituì il suo volto, ma quello di lui.
pallido, con i segni dei nastri attorno al collo e lo sguardo vacuo, di chi è stato ucciso troppe volte.
le sorrideva dalla lastra, grato e finalmente libero di abitare in un corpo.
ora, cammina per le stanze, con il suo passo, ricama con le sue mani e quando chiude gli occhi è lei a dormire nel velluto, imbavagliata, nella stanza senza eco, della propria mente.
l’omicidio è compiuto, la vittima respira, l’assassina tace, per sempre.
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