Inutile negare, dite di avermi visto tremare.
perché dite che io sia pazza?
il delirio ha reso i miei sensi più acuti, non distrutti, soprattutto il senso dell’udito.
io udivo tutte le cose del cielo e della terra, udivo molte cose dall’inferno e tra queste, udivo la sua vendetta crescere, come un tarlo in una trave marcita.
l’avevamo seppellita viva, non per odio, ma per paura.
ella sapeva; sapeva del delitto nel frutteto, del sangue sulle nostre mani di sorelle.
Uno scherzo, dicemmo poi, uno scherzo che finì con un corpo nel pozzo.
Ella ci vide e noi, terrorizzate, non dalla legge degli uomini,ma da quella del rimorso, la murammo viva nella cantina, dietro la nuova parete di mattoni.
le sue ultime parole non furono una maledizione, furono una constatazione, pronunciata con la calma dei condannati:
“Io non morirò qui dentro".
bevemmo per dimenticare.
ma il muro non dimenticò,
dapprima fu un odore, non di putrefazione,no.
quello lo avremmo compreso, era odore di inchiostro fresco e di pergamena antica.
l’odore dei suoi libri maledetti,poi fu un suono, non un lamento, come un graffiare, lieve e metodico.
come di unghia contro la pietra,notte dopo notte, sempre alla stessa ora:
L'ora in cui l’avevamo sepolta.
mia sorella impazzì per prima, diceva che la parete respirava,che vedeva il contorno del suo volto premuto contro i mattoni dall’altra parte, come un bassorilievo di carne.
una notte la trovai con la bocca schiumante, le dita spezzate per aver tentato di scavare con le mani nude.
"Vuole uscire, o forse vuole che entri io".
gridava.
Si gettò dalla finestra all’alba.
rimasi sola e il graffiare continuò. Iniziò a compormi parole nella testa, non erano minacce,erano ricordi.
I miei ricordi,ma distorti, marciti. Lei li riscriveva dietro il muro.
la mia infanzia divenne una catena di crudeltà,ogni mia gioia passata, una menzogna.
la sua vendetta non era uccidermi, era dimostrarmi, mattone dopo mattone, che io ero sempre stata un mostro.
e che lei era solo lo specchio che me lo rivelava.
ieri notte, non ho resistito più,ho preso il martello,ho abbattuto la parete.
doveva finire.
la nicchia era vuota,
non c’erano ossa, non c’erano vesti.
c’era solo una sedia, rivolta verso il muro che io avevo appena distrutto.
E sul muro opposto, scritto con qualcosa di scuro e secco che non voglio nominare, una sola frase con la sua calligrafia elegante:
"Io non sono mai stata qui dentro".
ascoltate,ora comprendo.
il graffiare non veniva da dietro il muro,veniva da dentro la mia testa.
Lei non fu mai murata,fuggì quella notte stessa e la sua vendetta fu lasciarci murare da sole, con la certezza del nostro delitto.
io sono la parete,io sono la nicchia.
io sono il cadavere che non si decompone e ora,che ho abbattuto il muro, non c’è più nulla tra me e la verità che graffia.
dite pure che sono pazza,avreste dovuto sentirla, come la sento io ora, chiaramente,mentre vi parlo.
continua a graffiare qui, proprio qui.
dove battono i miei pugni, in continuazione.
qui, nella mia testa.
- Attualmente 4.75/5 meriti.
4,8/5 meriti (4 voti)