messaggi dalla fonte
“Il linguaggio è la casa dell’essere.”Il poeta lo aveva letto anni prima, in un libro difficile di Martin Heidegger. Non era sicuro di averlo capito davvero, ma la frase gli era rimasta dentro, come una stanza in cui tornare senza sapere perché.
la ripensò quella sera, quando il telefono si illuminò.
un messaggio. Era lei, la donna misteriosa che lo amava la sera…ma di giorno fuggiva.
sempre alla stessa ora.“Stanotte la luna non è piena. Arriverò piano.” Il poeta sorrise appena. Non rispose subito. Non voleva rompere qualcosa di fragile che sentiva nelle parole di lei. Uscì sul portico. Il bosco cominciava appena oltre il giardino, scuro e compatto, come se trattenesse il proprio respiro.
aspettò. Intanto nel bosco alla fonte, la volpe argentata era già arrivata. Doveva immergere la sua folta pelliccia nell’acqua cristallina prima che arrivasse il buio, momento in cui le si trasformava in una vera donna. L’acqua tratteneva una luna sottile, spezzata dalle radici. La fonte non aveva nome, ma nel bosco tutti la conoscevano. L’acqua usciva piano da sotto una radice contorta e si raccoglieva in una conca liscia, scura. Di giorno rifletteva le foglie. Di notte, tratteneva la luna. La Volpe Argentata arrivava sempre quando la luce cominciava a ritirarsi. Non faceva rumore. Non lasciava tracce inutili. Eppure, se qualcuno avesse saputo dove guardare, avrebbe visto quel riflesso freddo attraversare il sottobosco, come un pensiero che non vuole essere seguito. Quella sera la luna era sottile, appena un graffio nel cielo. La volpe si fermò vicino all’acqua. Per un attimo non fece nulla. Respirò. Ascoltò. S’immerse , solo un attimo prima che il suo corpo cambiasse. Poi, con un gesto innaturale per qualsiasi animale, tirò fuori un telefono. La luce le accese il muso, rivelando il pelo argentato come metallo vivo. Scrisse lentamente:
“Stanotte la luna è sottile. Ma Arriverò !”
rilesse. Non cambiò nulla. Premette invio.
il suono fu piccolo, quasi inesistente. Ma nel silenzio del bosco sembrò comunque troppo.
posò il telefono accanto alla fonte. E aspettò. Il cambiamento arrivò come sempre: senza violenza, ma senza ritorno. Il corpo si distese, si aprì, si trasformò. Il pelo si ritirò come nebbia. Le zampe divennero mani. Quando tutto finì, al posto della volpe c’era una donna. Restò un momento immobile, come se dovesse ricordarsi come si sta in piedi in quel modo. Poggiò il telefono su un sasso. Poi si voltò e andò via. Anche quella notte andò dal poeta.
il giorno dopo, il telefono , abbandonato vicino alla fonte, fu trovato alle prime ore del mattino , quando gli animali del bosco si svegliano e vanno ad abbeverarsi. La gazza lo vide per prima, brillare tra le radici su un sasso.. Non era solo la luce ad attirarla, era il fatto che quella luce non appartenesse a niente di vivo. Scese in picchiata da un ramo, attirata da quella luce fredda. Lo toccò piano. Lo schermo si accese di colpo. La gazza Indietreggiò, ma non fuggì.
gli altri animali arrivarono e si fermarono con cautela incuriositi da quest’ oggetto strano: il riccio, il cinghiale, il gufo. Erano quasi spaventati, rispetto agli altri abitanti del bosco. L’oggetto non si muoveva. Non respirava. Ma reagiva.
quando il telefono vibrò, fu come un battito improvviso. il bosco si irrigidì. La gazza emise un verso secco. Arrivarono altri animali. Il riccio, lento, prudente. Il cinghiale che si fermò a distanza. E, più in alto,su un ramo, il gufo. Nessuno parlò subito. Nel bosco il silenzio è una forma di pensiero. La gazza lo beccò ancora .Parti un suono. Non era un suono naturale. Non era un pericolo. Ma non era nemmeno neutro. La gazza lo toccò ancora con il suo becco..
partì un messaggio. Un errore fatto di suoni: il suono del becco sul vetro, battiti d’ali, terra smossa, respiro.
e quel suono … andò via. Il gufo abbassò leggermente le ali.
il poeta lo ascoltò in piedi.
all’inizio pensò a uno scherzo.
poi no. C’era qualcosa in quei suoni. Non un significato, ma una presenza. Al terzo suono
rispose subito:
“Tutto bene?” Attese. Un altro messaggio arrivò.
ancora suoni. Ancora tentativi. Non c’erano parole. Eppure non era vuoto. Il poeta sentì una stretta, sottile. Si passò una mano sul viso. Non capiva. E proprio per questo, incominciò a preoccuparsi.
“Dove sei?” scrisse. Nessuna risposta che fosse davvero una risposta. Solo tracce. Come se qualcuno provasse a entrare nella sua lingua … senza riuscirci.
nel bosco, il telefono era diventato un centro di osservazione e di curiosità. Non un oggetto. Un punto di attenzione. Gli animali non lo capivano, ma lo ascoltavano. Il gufo osservava senza intervenire. Aveva già intuito la cosa più importante: non apparteneva a loro. Eppure … li coinvolgeva . Per tutto il giorno, la volpe, vagò, come sempre nel bosco. La sera, tornò alla fonte per riprendere il telefono. Si fermò prima ancora di vedere. L’odore bastava. Capì. Avevano portato via il telefono. Seguì le tracce senza esitare. Ma stava arrivando il buio. Il suo corpo sapeva che sarebbe cambiato. Quando divenne donna, era già vicina alla radura. Gli animali erano lì. Il telefono, al centro. Acceso. La guardarono. E lei guardò loro. Non parlò subito. Non ne aveva bisogno. Nel suo sguardo passò qualcosa che gli animali riconobbero: non parole , ma direzione. Intenzione. Un linguaggio che solo gli animali conoscono …
“Non è per voi.” La gazza abbassò le ali. Il gufo chiuse appena gli occhi. La donna si avvicinò e prese il telefono, che vibrò tra le sue dita.«Questo … chiama gli umani» disse piano. La voce era chiara. Troppo.
ma sotto, restava quella lingua più antica che il bosco capiva.” Non appartiene al mondo del bosco” disse.
nessuno la fermò. Quando arrivò alla villetta, il poeta la stava aspettando. Non seduto. In piedi. Come se fosse pronto a muoversi da un momento all’altro.«Stai bene?» chiese subito. Lei sollevò il telefono. «L’ho lasciato alla fonte. Gli animali l’hanno trovato.»Il poeta rimase in silenzio. Poi annuì lentamente. I suoni. I messaggi. Tutto trovava posto.«Erano loro, ora capisco!» disse. Non era una domanda. Lei fece un piccolo cenno. Lui si passò una mano tra i capelli, poi guardò verso il bosco. «Non capivo» disse. «Ma non sembrava vuoto.» Fece una pausa. «Sembrava qualcuno che prova lo stesso.»
lei lo osservò, attenta.«Provano» rispose.
il poeta rientrò un attimo in casa e tornò con un quaderno. Lo aprì senza cercare una pagina precisa.
«Voglio scriverlo» disse. «Cosa?» chiese lei.«Questo spazio» rispose. «Tra chi ha parole … e chi non ne ha. Dove qualcosa passa comunque.» Lei abbassò lo sguardo sul telefono. Poi di nuovo su di lui.«Allora ascolta bene» disse piano. Più tardi, quando lei se ne andò e il bosco tornò a chiudersi su se stesso, il poeta rimase solo sul portico. Rilesse quello che aveva scritto. Poi, lentamente, aggiunse una frase. Non era più quella che ricordava. Non esattamente. Scrisse:” Forse il linguaggio è una casa. Ma non tutti gli esseri ci abitano. Eppure, a volte, bussano lo stesso.”
si fermò. Alzò lo sguardo verso il la chioma degli alberi. E per la prima volta, ebbe la sensazione che quel bosco … stesse ascoltando.