All’inizio era il Caos, vuoto profondo,
un abisso senz’aria e senza il mondo.
Da quel buio emerse Gea, la Gran Madre,
distesa in valli e in immense contrade.
Senza una forma e senza un confine,
finché col Cielo non ebbe l’affine.
Generò Urano, il manto stellato,
che d’ògni lembo lo tiène abbracciato.
Poi partorì i Titani possenti,
fieri giganti dai cuori ardenti.
Tra questi Crono, il figlio più fiero,
tolse lo scettro al padre severo.
Crono regnava temendo il destino,
di un figlio pronto a sbarrargli il cammino.
Ogni neonato ei subito ingoiava,
mentre la sposa nel pianto pregava.
Ma Rea, stanca di tal furore,
celò quel figlio con gran timore.
Crono mangiò soltanto una pietra,
mentre il neonato la sorte decreta.
Zeus crebbe forte, re del biondo lampo,
mentre il coraggio non trova mai scampo.
Sfidò quel padre dal cuore di gelo,
per riportare la luce nel cielo.
I suoi fratelli uscìron dal ventre,
mentre la lotta li scuote nel mentre.
Fu la battaglia di fiamme e di lancia,
contro i Titani che il fulmine aggancia.
Vinse il signore dei tuoni divini,
con i Centimani, suoi forti vicini.
Crono finì nel Tartaro oscuro,
dentro un abisso profondo e spergiuro.
Gea, nell’ira per tale rovina,
mosse i Giganti alla strage vicina.
Essi assaltarono l’alto dell’oro,
mentre gli dei cercavano alloro.
Zeus si oppose con dardi di fuoco,
ché la salvezza non era per gioco.
Eracle giunse tra il fumo e la mischia,
donàndo al mondo ciò che più si rischia.
Cadde ogni mostro con grande fragore,
mentre l’Olìmpo ha ripòsto l'onore.
L’ordine regna tra i monti e le prode,
mentre di Zeus ogni lode si ode.
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