Non è pioggia
questo pugno di cielo grigio
che si abbatte sulle valli.
Muove dal mare,
un muro di tenebra che comprime l’orizzonte,
sangue e sale
dalla terra arsa.
Guarda il torrente trascinare via vecchi detriti:
foglie marce,
orgoglio secco,
tutto ciò che credevamo eterno.
I pini verdi,
genuflettono come monaci sotto la sferza,
mentre il lampo rivela, per un istante,
le vene del mondo,
nude sotto la pelle dell’erba.
Un’immanenza cieca
si scaglia contro la schiena curva del promontorio,
martello che percuote
il ventre della pietra.
Siamo noi questa terra indurita,
serrata nel gelo dell’io,
fango di aride valli,
crepate dal lungo sole
delle solitudini.
Sia lodata la tempesta
che ci mette a nudo.
La pioggia scava la carne,
cerca la colpa,
lava le ferite.
L'anima, ridotta a nuda radice,
non smette di resistere:
comincia a nutrirsi.
È la visione di un Dio selvaggio,
colui che distrugge per fecondare,
squarcia il petto della collina
per rivelarne il cuore,
riempie le bocche di fango
perché il verbo diventi carne
e la carne si faccia terra.
Sia questo l’altare:
la luce del lampo
che dissolve l’ombra.
Siamo l’aratro spezzato
contro la pietra di Dio,
inermi nel silenzio della cella.
Ma la pioggia batte sui muri
come sangue nelle tempie,
un chiodo che fissa l’anima al granito,
strappa il saio e le parole,
lasciandoci nudi
sotto la frusta del vento.
Qui giace il vanto,
sepolto dalla piena:
respiro la tempesta.
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