Le due comitive erano nate nello stesso quartiere di periferia, tra i palazzi di cemento e il fumo delle fabbriche dismesse. Si incrociavano ogni venerdì sera al "The Anvil", un pub dove l'odore di birra si mescolava a quello della pioggia sull'asfalto. Erano partiti tutti dallo stesso punto, ma non sapevano che il loro atteggiamento verso il successo altrui avrebbe tracciato il confine tra l'oro e la cenere.
Mordred non era un ragazzo facile. Era cupo, ossessionato dai riff pesanti degli anni '80 e da quella chitarra elettrica che sembrava
un'estensione delle sue vene. La sua comitiva, però, aveva visto in lui ciò che il mondo ignorava.
Quando Mordred fu licenziato dalla fabbrica perché passava le notti a comporre, i suoi amici non lo rimproverarono. Marco fece i doppi turni per pagargli le corde nuove. Sara, grafica senza un soldo, passò tre mesi a creare un logo che sembrava un fulmine scolpito nel granito.
Durante un concerto in un buco di locale davanti a tre persone,
Mordred ruppe una corda e perse il ritmo. In quel momento di panico, i suoi amici iniziarono a urlare il suo nome, trascinando la piccola folla in un coro da stadio. Quella fiducia cieca diede a Mordred la forza di
improvvisare un assolo leggendario. Un talent scout, nascosto
nell'ombra, vide non solo un chitarrista, ma un leader con un esercito fedele alle spalle.
Dieci anni dopo, Mordred è l'icona del Neo-Classic Metal. Vive in una
magione gotica che domina la costa. Ma non è solo. I suoi amici di
allora sono i suoi soci. Marco gestisce il patrimonio immobiliare della band; Sara è il capo di un impero di merchandising. Non sono
dipendenti, sono fratelli di sangue e di banca. Ogni dollaro guadagnato da Mordred si moltiplica nei conti dei suoi amici, garantendo loro una
vita di lusso eterno per aver creduto nell'impossibile.
Una sera d'inverno, le due comitive si trovarono ai tavoli opposti del pub. Mordred stava mostrando la bozza della sua prima copertina.
Francy, seduto al tavolo accanto, teneva tra le mani un manoscritto: un romanzo distopico che i pochi che avevano letto definivano "il nuovo
Kafka".
Mordred alzò il boccale verso Francy: "Ehi, scrittore, quando ci fai
leggere il capolavoro?"
Francy sorrise, stava per rispondere, ma la sua comitiva lo anticipò con una risata tagliente. Giulio, il leader del gruppo di Francy, commentò a voce alta: "Ma quale capolavoro? Francy crede di essere un genio, ma finirà a scrivere manuali per aspirine. Bevi e non pensarci, che la cultura non dà pane."
Quella fu la prima crepa. Mentre gli amici di Mordred lo incitavano a ruggire, quelli di Francy facevano a gara a chi gli tarpava meglio le ali.
Mentre Mordred scalava le classifiche, Francy sprofondava in un inferno di dubbi. La sua comitiva non era fatta di amici, ma di
sabotatori della speranza.
Francy fu invitato a un prestigioso premio letterario. I suoi "amici" organizzarono una festa proprio quella sera, facendolo sentire in colpa per "volersi dare arie da intellettuale". Lo ubriacarono e lo derisero
finché non perse il treno. Quando Francy pianse per l'occasione
perduta, Giulio gli diede una pacca sulla spalla: "Meglio così, Francy. Ti avrebbero ridimensionato. Qui tra noi sei protetto."
Con il passare degli anni, l'invidia divenne persecuzione. Ogni volta
che Francy provava a scrivere, i suoi amici gli leggevano ad alta voce i passaggi più intimi con voci buffe, ridicolizzando il suo dolore. Lo chiamavano "il poeta fallito" finché Francy non iniziò a crederci
davvero. Bruciò il suo manoscritto più bello nel cortile del condominio, mentre la sua comitiva rideva e brindava alla loro "umile realtà".
Da una parte, un jet privato atterra sulla pista privata di una villa.
Mordred e i suoi amici scendono, ridendo sotto i loro occhiali da sole scuri. Hanno riportato il Metal agli sfarzi degli anni '80 e la loro
ricchezza è così vasta che nemmeno i loro nipoti dovranno mai lavorare. Sono uniti, forti, invincibili.
Dall'altra parte, in un bar fatiscente alla periferia della città, un gruppo di uomini anziani e logori beve vino scadente. Al centro c'è Francy, lo
sguardo perso nel vuoto, le mani che tremano e non stringono più una
penna da decenni. Accanto a lui, Giulio e gli altri, distrutti dagli stenti e dalla loro stessa cattiveria. Sono rimasti poveri, non solo di soldi, ma di spirito. Muoiono lentamente di fame e di rimpianti, prigionieri di una
miseria che hanno costruito insieme, pronti a perseguitare Francy fino
all'ultimo respiro, perché l'unica cosa che li tiene vivi è il piacere di
vedere che anche lui, il talento, è caduto nel fango con loro.
L'aria era densa di un freddo che entrava nelle ossa, quel tipo di gelo che solo le città industriali dimenticate sanno generare. Era l'ultima
notte del tour mondiale di Mordred. Il suo jet privato era atterrato
all'aeroporto privato della città natia: voleva chiudere il cerchio dove tutto era iniziato.
Il pub era cambiato. Le insegne al neon erano fulminate e l'odore di urina e birra stantia copriva quello dei ricordi. Mordred entrò con il suo lungo cappotto di pelle nera, i capelli corvini striati d'argento che gli
ricadevano sulle spalle. Dietro di lui, Marco e Sara, vestiti con abiti
sartoriali ma con lo stesso sguardo fiero di vent'anni prima. Erano la personificazione del potere e della lealtà.
In un angolo buio, vicino a una stufa che sputava fumo nero, sedeva la "comitiva dell'ombra". Erano ombre di uomini. Giulio, con i denti gialli e la pelle grigiastra, stava insultando il barista per un bicchiere di vino
annacquato. Accanto a lui, curvo come un punto interrogativo, c'era
Francy.
Mordred si avvicinò al tavolo. Il silenzio calò nel locale, rotto solo dal tintinnio dei gioielli d'oro al polso del musicista.
"Francy," disse Mordred. La sua voce era profonda, educata dal
comando dei palchi mondiali.
Francy alzò lo sguardo. I suoi occhi, un tempo pieni di visioni poetiche, erano vitrei, spenti dalla malnutrizione e dal terrore psicologico. Provò
a sorridere, ma Giulio gli diede una gomitata violenta nelle costole.
"Guarda chi c'è," sghignazzò Giulio, la voce incrinata dal fumo. "Il
buffone con la chitarra è tornato a trovarci. Cosa vuoi, Mordred? Vuoi
farci vedere quanto sei diventato grasso con i tuoi soldi?"
Marco fece un passo avanti, ma Mordred lo fermò con un gesto della mano. Guardò Francy, ignorando il resto del branco. "Avevo portato
una copia del tuo primo manoscritto, Francy. Quello che mi leggesti vent'anni fa. Lo conservo ancora nella cassaforte della mia villa a
Zurigo. È la cosa più bella che io abbia mai letto."
Francy tremò. Le lacrime iniziarono a rigargli il volto sporco.
"L'hanno... l'hanno bruciato, Mordred. Mi hanno detto che faceva schifo. Mi hanno detto che ero un illuso."
"Non era lo scritto a fare schifo, Francy," intervenne Sara con una nota di infinita pietà nella voce. "Erano loro. Ti hanno trascinato nel fango
perché non potevano sopportare che tu avessi le ali."
Mordred estrasse un assegno in bianco e lo posò sul tavolo unto. "C'è un'auto fuori, Francy. Ti porterà in una clinica, poi in una casa in riva al mare. Avrai carta, penna e tutto il tempo del mondo. Ma devi venire
ora. Senza di loro."
Giulio balzò in piedi, rovesciando la sedia. "Lui non va da nessuna parte! Lui è uno di noi! Viviamo insieme, moriamo insieme! Francy, diglielo! Digli che non sei un traditore come lui!"
Francy guardò Mordred. Poi guardò Giulio. Il bullismo di una vita aveva creato una sindrome di Stoccolma insuperabile. La paura di restare solo nel mondo era più forte del desiderio di gloria. Francy vedeva in Giulio
il suo carceriere, ma anche l'unico specchio della sua miseria.
Con un gesto lento e disperato, Francy spinse via l'assegno. "È troppo tardi, Mordred. Io... io appartengo alla polvere."
Mordred non disse una parola. Si voltò e uscì dal locale, seguito dai
suoi amici. Mentre salivano sulla limousine blindata, Marco chiese:
"Pensi che avremmo potuto fare di più?"
"No," rispose Mordred guardando fuori dal finestrino mentre la neve iniziava a cadere. "Noi abbiamo vinto perché ci siamo protetti a
vicenda. Loro hanno perso perché si sono divorati tra loro. La ricchezza è un'attitudine del cuore prima che del portafoglio."
Quella notte, il riscaldamento dell'appartamento di Francy si ruppe
definitivamente. Morirono tutti insieme, poche settimane dopo, per le conseguenze della fame e del freddo, ammassati in una stanza buia,
maledicendo ancora il successo di chi aveva avuto il coraggio di sognare.
Mordred, intanto, suonava davanti a ottantamila persone, dedicando una ballata malinconica a un genio che non aveva mai avuto amici, ma solo carcerieri.