Ero polvere di roccia nel buio dei secoli,
la spina di ferro nel fianco del tempo,
estratto dal sonno per questa ora scura.
Non c'è pietà nel mio stelo,
solo la geometria del dolore,
l'angolo retto che l’uomo ha scelto
per misurare il cielo.
Ora sono qui, conficcato nel tuo palmo,
una scheggia di metallo senza anima,
l'unico ponte tra il cielo e il dolore.
Sento il calore del tuo sangue
scorrere lungo i miei fianchi,
un fiume di luce
che cerca di lavare la mia ruggine.
Ascolto il sussulto dei tuoi nervi
che si avvolgono a me
come rampicanti attorno a un palo
divelto dalla tempesta.
Io entro.
Io scavo.
Io divento il centro del Suo grido,
mentre il martello mi spinge
nel rugoso legno antico.
Guarda come il mio metallo
si sposa al tuo sangue:
non sono più ferro,
sono una cicatrice dell’anima,
un marchio che resterà impresso.
Quando tutto sarà compiuto
e il silenzio scenderà,
rimarrò qui, piantato
nel cuore della quercia,
rosso del tuo amore,
nero del mio destino.
Ti trafiggo,
ma tu mi consacri;
io sono il peccato che ti inchioda,
tu sei l’amore
che non mi permette di cadere.
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